29 agosto 2010

Del perché FB ci ucciderà

E' terribilmente stupido e infantile togliersi da facebook sapendo di esserne dipendenti. E' esattamente come mettere la testa sotto la sabbia. Come sentire dalla bocca di un ubriaco le seguenti parole: "No, non sono ubriaco".

Ebbene, odio questa dipendenza. Appurare che oggi i rapporti personali si sfaldano realmente così e che soltanto pochi, pochissimi esemplari umani si salvano dalla tentazione di distruggere.

Bell'affare ha compiuto quella mente malefica americana.. Quel ragazzetto che ha creato questo social network per controllare le nostre menti, realizzando la profezia distopica orwelliana.

Quale vergogna, poi, per una persona che vede troppo in là sapere che tutto questo è una rovina. Che non ce la caveremo più, che più saremo invischiati nell'errore e più continueremo a legittimarlo e a dire:

"No, ma ho degli amici lontani e devo sentirli"

"Ho lasciato una conversazione in sospeso.."

"Devo ancora provarci con quel tipo figo lì.."

fino al più catastrofico, "Il mondo ha bisogno di me".

E in quell'apparente ammissione egocentrica risiede la più famigerata richiesta d'aiuto: la tentazione di esistere (come diceva Cioran) e di rendersi manifesti all'altro. La più tipica pulsione umana di lasciare una traccia, di essere eterni, di avere un senso.

Le persone acute qui ci lasciano la ragione, perché sentono i piedini avvicinarsi all'orlo del precipizio. Sentono l'arietta pungergli le narici e quell'incontenibile voglia di saltare e farsi divorare. E' tanta la loro necessità di esistere come desidererebbero che alla fine, inermi ed esausti, si lasciano morire e prosciugare.

Ricadere nell'errore è per loro un'umiliazione incalcolabile. E' quel passetto all'indietro che annulla tutti gli altri 999 in avanti. E' la resa al demone che passeggia sornione sulla loro spalla sinistra. E', per concludere, l'ennesimo inizio della fine ma mai la vera Fine.

E senza Fine non può esserci redenzione. La redenzione è anelata da quegli angeli caduti sulla terra che sanno di non poter trovare posto alcuno e che, pertanto, non possono far altro che bramare e aspettare..

Facebook non è che una forma del loro male. In epoche passate avrebbero trovato altro cibo per la loro disperazione, per quella così famigliare "incapacità di esistere" che troppi filosofi hanno cercato di esplicare nei secoli al solo scopo di esorcizzarla.

Da 24 anni questo ruolo crudele spetta a me. L'amara virtù di avere occhi abnormi.

8 agosto 2010

Elena

La rividi alla stazione della metropolitana. Anche lei mi vide ma finse di non riconoscermi. D’altra parte si trovava ad una considerevole distanza spaziale, quel tanto che poteva farmi desistere dal chiamarla. Anche un cenno di saluto con la mano sarebbe stato inopportuno, visto che avrebbe portato inevitabilmente ad un riavvicinamento più compromettente fatto di parole e confidenze.
Con lei purtroppo era sempre stato facile parlare, talmente facile da portarmi ad evitarlo.

Appena scesi le scale per raggiungere la banchina della metro, voltai il capo a sinistra quasi per inerzia. Elena si metteva sempre da quella parte ma io non speravo mai di rivederla. Era già fin troppo chiara nelle mie memorie ed io non potevo quasi sopportare che si solidificasse lì, davanti ai miei occhi. Eppure accadeva ripetutamente ed io ricominciavo a credere alle mie capacità esoteriche che ho sempre voluto rinnegare per paura di essere fraintesa.

Ma tant’è, le persone e le cose sono sempre arrivate a me nei modi più inattesi e variegati. Sì, forse poteva cambiare il mezzo ma non il fatto ed io avevo imparato ad accettare la cosa dapprima con turbamento e poi con lenta rassegnazione.
Elena era la più crudele. Ricompariva tra i miei pensieri attraverso la musica, magari poche ore prima del nostro incontro non programmato ed io non potevo far altro che abbassare la testa e lasciarla andare via, senza renderla partecipe di quell’ennesima epifania. Tuttavia non potevo evitare di chiedermi come stesse e come passasse le sue giornate. Pensava a me ogni tanto? E quelle mie comparse nella sua vita le bramava anche lei oppure ero io la sola maga capace d’imputare i giochetti del destino ad una qualche abilità divinatoria?

Avevo solo una certezza: per quanto mi sentissi un’illusa, in cuor mio sapevo che le coincidenze non avrebbero mai cessato di ripresentarsi. Bastava credervi ed io, disgraziatamente, vi credevo.

Due giorni prima di rivedere Elena, avevo cercato voracemente i suoi cd dispersi tra la mia collezione mai riordinata. Potevo sopportare la nostalgia di lei anche per mesi interi, senza che il minimo pensiero mi sfiorasse la mente ma talvolta venivo soggiogata dal ricordo e sentivo un insostenibile bisogno di ricostruzione. Ricostruzione della sua atmosfera così peculiare che tante e tante volte avevo cercato di ricreare su altri fogli di carta, nella speranza di trarne piacere o un’illusione talmente ben realizzata da farmi credere che lei fosse lì. Mi sono sempre sentita al limite della schizofrenia.

I cd erano nascosti in custodie appartenute ad altri cd e sapevo quanto tutto questo fosse deleterio per la mia salute mentale ma non potevo resistere alla spinta distruttiva di procurarmi le crisi di nervi. in fondo sapevo benissimo che pur in quel caos avrei trovato ciò che cercavo ma non potevo né volevo limitare le mie urla ed imprecazioni e accusavo chiunque dell’apparente perdita delle mie cose. Mia madre, in primis.

Nel tentativo scrupoloso di cercare i cd di Elena ruppi non poche custodie. Pezzi di plastica volavano da tutte le parti, in quell’affannosa ricerca di musica (o di lei). Finalmente ne trovai uno, quello della TDK e controllai subito che non fosse il suo sosia. Inserii il cd nel vano del lettore e ascoltai con attenzione le prime note della prima traccia. Era Lui, Yundi Li che con le sue mani cinesi premeva i tasti del pianoforte producendo una musica raffinata quanto straziante. Elena era la traccia no. 3 così indolente, pesante e ripetitiva ma stranamente piena di grazia. Già, quella sua grazia da attrice americana anni ’30 …

Non ancora contenta, cercai con altrettanta foga il secondo cd che recava fortunatamente un titolo sulla superficie. Lo trovai in poco tempo e finalmente mi diedi pace, stesa sul letto. Avevo acceso la luce buona della sera, sul morir del giorno, quella fase in cui le persone tornano a casa da lavoro e fuori l’aria gela. Sì, la luce buona della sera mi ricordava quella di casa sua.
Mi addormentai calma, senza accorgermi, a quell’ora patetica che non era né giorno né notte. La musica fluiva a volume piuttosto alto ma io non sentivo più il rimordere delle mie pulsioni. Giacevo sul letto, col sorriso sulle labbra, come dopo il più forte degli amplessi.

Il citofono che mi avvisava del ritorno di mia madre mi ridestò brutalmente. Quell’attimo di sosta era durato soltanto una quindicina di minuti o almeno così credevo. Mi capitava spesso di avere un’errata percezione del tempo, specie quando dormivo in quella posizione vigile. Ero infatti seduta sul materasso con un cuscino posto dietro la schiena e la testa inclinata ricadeva sul mobile in legno della mia cameretta. In quelle occasioni pensavo che il sonno fosse leggerissimo e invece dovevo smentirmi ancora una volta dato che mi ritrovavo spesso a fare sogni estremamente chiari e precisi.

Peperoncino (questo il soprannome che gli avevo assegnato) ed io stavamo cenando insieme in un bel ristorante. Sembrava che l’ascia di guerra fosse stata deposta e che tutto filasse liscio. Lui aveva compreso le mie ragioni ed io ero tornata a respirare in pace, felice di quel rapporto ritrovato.

Quando un sogno era troppo bello non riuscivo a viverlo completamente. la razionalità faceva capolino ed io sentivo soltanto la mia voce sussurrare “Anna, è un sogno. Non illuderti, fra poco ti sveglierai”. Quante volte questo meccanismo mi aveva salvata? E quante volte, invece, nei sogni più profondi non era riuscito ad infiltrarsi ed io avevo avuto il peggiore dei risvegli? Immediatamente desta, avevo dedicato molti minuti ad alleviare la mia pena, fatta di disillusioni e di sentimento d’impotenza di fronte agli eventi.

Peperoncino era ricomparso così tante volte nei miei sogni che ormai avevo perso il conto e sapevo che il suo fantasma non mi avrebbe mai abbandonata. Solo una riappacificazione, forse.

Il citofono che mi avvisava dell’arrivo di mia madre aveva interrotto il sogno del ristorante prima ancora che il filtro della razionalità si fosse intromesso fra me e Lui. Quel suono monocorde, altissimo e violento era giunto alle mie orecchie con tutta la sua intensità ma io non avevo avuto il coraggio di alzarmi per muovere quei pochi passi che mi avrebbero ricongiunta a lui. Ero certa che mia madre possedesse le chiavi. Il suo era solo un avvertimento.

Lei entrò in casa, quella casa caduta nel buio. Solo la mia stanza rivelava la luce della lampada che avevo comprato ad una fiera qualche anno prima. Non si sorprese di quell’oscurità, né della televisione spenta. Conosceva le mie abitudini, così diverse da quelle di mio padre che trascorreva in casa con me la maggior parte del tempo.
Sebbene ne fosse consapevole non mancò di chiedermi come mai tutte le luci fossero spente. Era il suo modo per capire come stavo. In base all’inflessione della voce avrebbe riconosciuto il mio stato d’animo, così mobile da non essere mai prevedibile.
Sapeva altresì cosa fare qualora fossi stata mal mostosa. La dolcezza, l’unica soluzione. Mia madre aveva sempre capito tutto senza che io le dicessi niente. La sua anima naturalmente gentile e silenziosa sapeva abitare perfettamente la mia ingordigia di rabbia e di parole strozzate in gola.

L’amavo profondamente, in ogni suo gesto. Sapevo che il suo ritorno dal lavoro avrebbe capovolto l’ordine degli eventi. Avremmo acceso insieme tutte le luci della casa e il televisore e ogni cosa sarebbe tornata stabile come sempre.

2 agosto 2010

Ma

Scrivo, tanto nessuno mi leggerà.
Ciò sottintende che posso scrivere qualsiasi cosa!
Interessante scoperta...

Bene. Ho le vesciche ai piedi perché ho camminato tutto il giorno con delle scarpe scomode ma belle. I problemi intestinali mi hanno procurato un notevole disagio da pubblico. La mia pancetta è un po' flaccida e le spalle si stanno incurvando per via del peso del seno e anche per il peso dell'esistenza.

Ma il cuore è quello che sta peggio.

Sleeping

Sleeping