26 ottobre 2012

Filo

Il nostro è un gioco di potere, una tensione perpetua tra estasi e morte. Abbiamo un filo rosso tra le mani ed è lungo 299 km esatti. Un po' lo tiro io e un po' lo tiri tu. Gli strattoni sono potenti ambo i lati. Quel gioco (passami lo scherzetto da paroliere) sta diventando un giogo ed entrambi ne siamo terrorizzati. Ci conosciamo perfettamente e sappiamo cosa scatta nella testa dell'altro, presentiamo quel che accadrà, ne osserviamo i risvolti inquietanti e rimaniamo spettatori senza posa del nostro teatrino. Ora ci incanta e ora ci disgusta. Ha una tale luce che è impossibile osservarla... Occorre chiudere gli occhi e andare avanti, in qualche modo. 
Fra tutti e due non si capisce chi abbia più potere. Resta, comunque, l'elemento base della nostra unione che si è sporcata tra un tentativo di apertura e uno di chiusura definitiva. L'aspettativa è talmente alta che sembra distruggere qualsiasi cosa al suo passaggio. Ma voglio che ti soffermi sul "sembra" e che rifletti su quanto sia arduo andarsene veramente, dichiarando la resa, la fine, la morte.
Ognuno di noi due sa bene come riportare l'altro sull'attenti e non ha pietà nel farlo.
Ma dopo aver parlato presuntuosamente di noi, voglio puntare il riflettore su di me, denunciando la stanchezza che vivo ormai da troppi mesi, appesa a te. Indulgente come sempre, mi sono lasciata addolcire dal tuo miele dimenticando i torti subiti, tacendoli a chiunque, diventando una professionista dell'inganno. Sapevi dei miei incantesimi e ne rimanevi sconcertato, in preda ad un'attrazione totale e devota. Ma la durata di tutto questo? Una frazione di secondo. Il potere nelle mie mani ancora per poco. Contare i secondi che ti separavano dalla fuga silenziosa, mai motivata nemmeno a te stesso. Tu riesegui il solito copione e speri di farcela perché la distruzione è uno straordinario atto creativo che ripulisce tutto dal profondo e crea nuovi territori fertili in cui germineranno fiori e frutti più buoni, lontano dal marciume della noia e della ripetizione.
Tra un te distruttore, bambino viziato tormentato dai dubbi e una me creatrice, implacabile bambina romantica, qual è il punto d'unione? Cos'è questa testarda ostinazione cieca? A cosa ci porterà?
Brutalmente, ridurrò tutto ad una mera questione di obiettivi e quindi... Se il tuo obiettivo è coerente alla  natura masochista che possiedi, continuerai a versare in questo stato di malessere che ti prosciuga l'anima e ti fa maledire la vita nelle tue notti insonni. Vuoi questo? Stai certo che lo otterrai. Mi dicevi che ero la luce sul tuo lato oscuro ma forse ami più la notte che me.
Il mio obiettivo eri tu e te ne sarai certamente accorto. Non mi sono posta il problema di chi potessi essere. Ti ho semplicemente riconosciuto tra la folla e amato in cinque secondi di tempo. Ho corso ad occhi chiusi fino al tuo corpo/casa e mi sono presa quel che mi davi. Ma se nulla vuoi concedere, io non posso afferrare. E allora, se fossi forte, me ne dovrei andare senza elemosinare niente  che dovrei averlo capito che l'amore non può essere fatica pura. L'amore dovrebbe essere facile, qualcosa che accade contemporaneamente a due persone che non possono fare a meno di cercarsi.
Tu mi cerchi, non c'è dubbio. Ma a me basta? Riesco a sopportare quest'attesa? Ho la forza di rispondermi, almeno? No, non ce l'ho. M'illudo che lo faccia tu. Che ridere, cazzo! Che ridere...

22 ottobre 2012

I miei nonni

I miei nonni abitano nella via parallela alla mia, eppure non vado mai a far loro visita.
Ci sono molteplici motivi. Il senso di colpa per la mia latitanza troppo prolungata e il fatto che entrambi stiano invecchiando.
Vorrei vederli il meno possibile per abituare il mio piccolo cuore ad accettare un tale colpo. Io non ho mai veramente sofferto in vita mia.
Nessun lutto insostenibile, nessuna malattia infettiva. Insomma, non conosco il concetto più profondo di dolore e nemmeno quello più superficiale.
So che non vederli peggiora solo le cose, ma non so come comportarmi.
Ho un attaccamento morboso verso mio nonno. Dico sempre che se lo avessi incontrato negli anni ’30 avrei completamente perso la testa. Io passo la vita a giustificare i suoi difetti, a chiedere a mia nonna come si faccia a non adorarlo … E’ un comportamento infantile. D’altra parte è lei quella che lo sopporta dall’età di diciannove anni. Non sono io!
Ma mio nonno è la persona più intelligente che conosca. Sa sempre cosa fare per mostrarmi che gli sono mancata, ma senza attaccarmi quel terribile senso di colpa che mi procura mia nonna.
Lui è nato per coccolare i suoi nipoti ed è capace di non fare differenze.
Per sposare mia nonna, è andato contro tutta la sua famiglia. Non ha parlato a suo fratello per trenta anni proprio perché lui l’aveva offesa impunemente. In una Sicilia arretrata non era affatto semplice comportarsi così. E’ andato a lavoro all’età di tre anni e ha mantenuto le sorti della famiglia senza mai reclamare il diritto al gioco.
Ha mangiato le bucce di patate scaricate dai camion nazisti e, infine, si è trasferito al nord per non rimanere paralizzato su una sedia a rotelle dato che il lavoro in campagna era diventato insostenibile.
E poi mio nonno è bello. E’ un vero e proprio adone, un normanno dai colori tipicamente “ariani”.
Mia nonna, invece, non fa altro che prenderlo in giro per le sue gambe storte … Ma cosa ci poteva fare se per lavorare in campagna doveva salire su uno “scecco”? (L’asino in siciliano).

Mia nonna ha avuto altrettanta vita difficile e il più deriva proprio dal fatto che loro due sono incompatibili. Lei è nata per essere una donna libera, una di quelle giramondo che non si arrestano mai.
Il suo fuoco si è spento proprio con la famiglia. A diciannove anni ha detto addio a tutti i suoi sogni e a venti anni era già madre di mia zia.
Lavoro in fabbrica e tanta, tanta rassegnazione accanto ad un uomo che non l’ha mai fatta viaggiare fuori da Milano o dalla Sicilia …
Mia nonna si è come congelata, ha subito il trauma della fame ed è per questo che ogni volta che mi vede tenta di rimpinzarmi di cibo come se fossi denutrita.
Ma io non posso farla contenta strafogandomi. Quei tempi sono trascorsi ed io non sono nemmeno una foca che accumula grasso per sopravvivere successivamente!

Resta il fatto che li amo così tanto che non riesco a sostenere nemmeno il pensiero della loro scomparsa.
In quelle date disgraziate morirà una parte immensa di me e non credo si potrà ricuperare. Ma fare questi pensieri ora è del tutto superfluo.

Ieri, dopo una lunga pedalata di 20 km, decido di andare da loro.
In questi casi mi accolgono sempre in festa, ma l’espressione sul viso di mia nonna è immancabilmente deplorevole … Mio nonno, invece, mi abbraccia a lungo ed io non mi staccherei mai. E’ una sensazione d’immenso trasporto. E’ l’abbraccio più bello che abbia mai dato e ricevuto. Nemmeno l’uomo della mia vita saprebbe abbracciarmi meglio. E se non mi stacco io, lui nemmeno mi lascia andare. Non manca mai quella fatidica lacrima sui suoi occhi azzurri come il cielo terso di primavera. Il suo orgoglio da scorpione gli impone di desistere, ma tutte le volte non ci riesce.
Ed io, in quegli attimi, vorrei non essere umana per non avere la sensazione di saper ancora sentire.
E’ muto e sarcastico.

“Nonno, ti sei tagliato i capelli e la barba apposta per me!”

“Pa’ a nipute mi i taddiai! A prossima vota mi taddio a testa, accussì te viro ciù magno” (per la mia nipote me li sono tagliati. La prossima volta mi taglio direttamente la testa, così ti vedo di più…)

Frase terribile. Il suo solito sarcasmo, la risposta pronta già celata tra le labbra sottili appena schiuse.

Io rido perché solo lui sa farmi capire gli errori senza farmi sentire orribile. E mi corregge. Mio padre, che si vanta tanto d’aver studiato, non è nemmeno capace di avvicinarsi a sua figlia con una frase essenziale ed efficiente.

Ecco che mia nonna arriva ad offrirmi l’ennesima leccornia come se fossimo in tempo di guerra.
“ Chia, i vuoi i chiacchiere?”

“nonna, lo sai che fra un’ora devo cenare … E poi mi sembra di chiacchierare già abbastanza!”

Non ride ma corre subito a prendere i tipici dolci carnevaleschi per la sua nipotina denutrita …

Ne prendo una e la ringrazio, poi un’altra ancora per fare in modo che non mi inviti mille volte.

Al che mi dice … “piddiatene avetre!”

E io … “No nonna. Me ne sono già prese due”

E Lei: “Chiste leggere su, avanti!” (Queste sono leggere)

Io: “Solo perché il loro peso è leggero non significa che lo sia altrettanto il loro apporto calorico”

Queste frasi la fanno incazzare di brutto e vedo già dipinta sul suo volto teso, l’ira più furibonda.
Lo so che mi prende per scema quando faccio questi discorsi. Fra me e lei non c’è mai serenità perché mi spinge sempre dove non voglio arrivare …
Comunque ho tentato di farle intuire che l’avrei presa dopo la chiacchiera, ma non immediatamente.

Lei non lo ha capito e con uno scatto ha afferrato la scatola colma di dolci e ne ha estratti due, mettendomeli sul tovagliolo.

Ha fatto tutto questo con una foga penosamente insistente. “Accussì t’i magni, uosennò si nun ti rugnu io, tu nun t’i piddi mica!” (così te li mangi,  altrimenti se non te li do io, tu mica te li prendi!) e pronuncia tutto questo con molta, moltissima rabbia.

Io cerco di schermare il nervoso che mi sta salendo e mi obbligo a mangiare, ma prima le dico:

“Accidenti nonna, le avrei prese comunque. Possibile che non lo capisci? Non c’è bisogno di fretta, perché mi devi sempre forzare?”

Ma capisco di essere stata sciocca. Capisco che lei, nei suoi anni di infinito mutismo, sta facendo trasparire i suoi primi segni di cedimento. Non riesce più ad essere discreta. Ora sta lasciando scorrere tutto il suo passato nel presente.
Questo non è altro che il riflesso del dolore che ha provato per tutta la sua vita. La mancanza materiale di cibo e la mancanza d’amore.

E così ora, quella stessa insistenza, mi è finalmente chiara.



A presto, miei adorati nonni.

1 ottobre 2012

ora

Straordinaria presenza, luce nella tenebra, bocca perfetta, sapore di prato erboso, pelle traslucida, molle come il tuo abbraccio liquido. Sentiero di montagna, via tortuosa a ciottoli, CASA. Apri un varco sulla prima sillaba. Aspiro l'aria e la ricaccio dentro come il fumo di una sigaretta che rigonfia le guance. Indici, i miei, su di loro a bucare goffamente quelle mongolfiere. Sorriso innamorato nei tuoi occhi a mandorla dolce di primavera. Amandoti senza possibilità di non riuscita. Memoria olfattiva, digrignare dei tuoi denti sotto le mie dita incantate. Eseguono danze sulle tue perle e non sono mai paghe. Ore fluiscono dal nostro tempo acquoso. La persistenza della memoria, sempre. Orologi appesi su ogni brandello di pelle. Pelle sovrapposta su carni aggrovigliate. Ossa ortogonali e sonno eterno di bimbo.

Sleeping

Sleeping