E' sempre difficile, per me, andarmene via da quella classe dove le ore passano velocissime e dove mi sento viva e intelligente. Talvolta ho la sensazione di essere sola col prof e di instaurare con lui un dialogo al quale gli altri non intendono prendere parte. Dimentico di avere dei compagni e in fondo realizzo di non essere cambiata per nulla dalle superiori o dalle medie, quando le creature intorno erano per me soprammobili e sapevo soltanto distinguere la figura del maestro o della maestra come ancore di salvataggio, come mezzo di ricongiunzione a quel mondo intellettuale a cui ho sempre anelato.
Allora la penna sul foglio diventava traduzione immediata del pensiero profferito dal prof, gesto sensuale e personale. L'elaborazione rapida delle informazioni e la relativa trasposizione su carta. Non ho mai saputo studiare in maniera diversa. Io sui miei fogli sparpagliati devo trovarci il succo della persona che mi sta passando l'informazione e non potrei capire niente senza prima innamorarmi.
Il mio ragazzo dice che m'innamoro di troppe cose ed io fatico a spiegargli che non posso farne a meno, né so razionalizzare perché il mio processo mentale mi porti a ciò.
Oggi il prof ci ha parlato di Trovatori e Trovieri, delle Chansons d'aube, di Dante, della Guerra delle due Rose fra Lancaster e York, di Riccardo III e di Enrico V, di Peter O'Toole e Katherine Hepburn e non so di quanta altra gente. Ci ha raccontato uno dei suoi tanti aneddoti buffi. Aneddoti che (chissà perché) capisco solo io. Lui ride ed io rido con lui mentre gli altri ci squadrano come se fossimo emeriti casi disperati.
Che ci posso fare se mi diverto? Niente. Che ci posso fare se la sua risata è contagiosa? Niente. Che ci posso fare se gli altri non capiscono l'importanza dello scambio? L'ho sempre detto che il desiderio compulsivo di fondermi col mondo mi avrebbe portato alla solitudine o comunque all'impossibilità di fare le cose secondo un metodo imposto dall'alto.
Mi giro ed Elena sta sbadigliando. Lara, invece, sta tempestando il quaderno di disegnini e allora inveisco con una battuta "Tu sì che sei un'artista a tutto tondo" e lei risponde "No è che mi serve a far attivare il ragionamento."
Già. Possibile piaccia solo a me ascoltare les chansons di La Halle e di Rimbaud de Vaqueiras? Mi sa di sì. Filippo chiede di passare a Mendehlsonn perché non può più tollerare questi menestrelli e vuole un parallelismo col Saltarello. Il prof esaudisce la richiesta e ci fa sentire l'ultimo tempo dell'Italiana che è un qualcosa di superbo. Prende un Archiv del 1953 perfettamente conservato e gli tremano quasi le mani perché sa che è brachite pura e se cadesse si sfracellerebbe in mille pezzi. Lo inserisce nel giradischi e parte la meraviglia. Dice "Non ero nemmeno nei progetti dei miei genitori quando questo disco è uscito e voi nemmeno esistevate nel cosmo..."
Allora, guidata dalla musica, apro un varco temporale con lo sguardo e ci sguazzo dentro per non so quanto tempo e penso "E' questa la felicità! E' un insieme di attimi che nemmeno tu sai per quale ragione sono perfetti. Sono quegli attimi che poi la nostalgia ti ammazzerà e allora tu spererai di crearne ancora, di non perdere mai la capacità di sognare e di trovare una nuova musica di sottofondo..."
Il prof inizia ad introdurci l'epoca dei Fiamminghi che completerà il prossimo sabato. Tutti capiscono che a breve la lezione si concluderà. Io non voglio andarmene, non m'interessa più della Fiera di Santa Caterina, non m'interessa della famiglia che mi aspetta. Vorrei solo ascoltare i suoi aneddoti infinitamente filosofici e quei vocaboli così forbiti che mi toccherebbe consultare il vocabolario ogni cinque secondi.
Tutti preparano le borse e guardano l'orologio. Ognuno con la propria vita fatta di studio, lavoro e innamoramenti più ridimensionabili dei miei.
"Arrivederci Prof. Grazie"
"Ciao Valentina" dice lui.
Entro in macchina e George Michael per poco non mi fa piangere. E canto, canto sull'ottava più alta. Improvvisiamo duetti di cui lui non è stato informato. Attraversiamo paesi e case e palazzi affogati nella nebbia. Penso che non può esistere niente di più fantastico che trafiggerla con la mia macchina/dardo. Il viaggio (maledizione!) termina sempre. Sono sotto casa e guardo le mie gambe bellissime avvolte da collant improbabili. Giro il capo a sinistra e osservo i palazzi che sono sorti dopo la demolizione della "Cademartori" e che hanno ospitato persone a me molto care. Persone che hanno abbandonato il paesello in cerca di un sogno più alto. Scrivo un sms: "C'è la fiera. Sarebbe una buona occasione per tornare qui. Sarebbe bello rivederti".
Resta una bozza e nulla più. Scendo dall'auto con sentimenti simil nostalgici e mi dico "Passerà..."






