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10 settembre 2011

Io e Lei

Io e Lara siamo convinte che poggiandoci l’una sopra l’altra otterremmo un perfetto parallelepipedo.
Questa rivelazione ci è apparsa semplice ed evidente in uno dei nostri tanti viaggi in giro per Milano.
Ne abbiamo riso a lungo … Ci piaceva ironizzare ed autoironizzare, ridendo di quel che non amavamo del nostro corpo.
Ma trovavamo una forma perfetta l’una sopra l’altra. Lei, Venere callipigia, dai seni piccoli ed eleganti, perfettamente contenuti in una coppa di Champagne. Accoglieva  serena milioni di amanti assetati di lei.
Io, timida ed impacciata, lasciavo che Lara disegnasse le mie forme con mani d’artista che solo a lei potevano appartenere. Forti e grosse … Mani di donna volgare, soggiogata dal piacere ed incapace di dire basta. I suoi enormi polpastrelli, il polo di Venere ricchissimo di linee incrociate a testimonianza d’una sensualità mai repressa.
Lei, dipingeva i suoi amanti con maestria innata. Lasciava che posassero nudi senza troppo scandalo.
Sapeva  entrare nelle anime delle persone senza fatica. La lasciavi fare … Ti lasciavi plasmare da quelle sue mani. Ma le atmosfere porche che intarsiava ti riempivano di tristezza non appena ti accorgevi che il suo cuore era altrove.
E più soffriva, più la sua spinta sfrenata all’erotismo trovava spazio.
Qualsiasi uomo, alla vista di Lara, provava il bisogno di possederla. Lei così piccolina, i lineamenti fini come quelli d’Amélie e il suo fantastico mondo … Perfino i nostri volti, sovrapponendosi, non avrebbero lasciato spazi vuoti. Ma gli occhi, quelli no … Gli occhi parlavano la stessa lingua.

Fra le tante esperienze opposte, io e lei c’incontravamo laggiù dove la complicità del dolore s’annida in uno sguardo perverso e dolce insieme.
Dei nostri viaggi ci resta sempre quella risata goliardica dai tratti spagnoleggianti.
I nostri dialoghi in lingua straniera per  fingere di essere cittadine del cosmo, il teatrino sarcastico di chi perde la faccia regolarmente perché “tanto non  c’è nulla da perdere”.
La nostra reputazione se n’è andata via tanto tempo fa, fra un silenzio e l’altro.
I  nostri incontri non sapevano mai di amarezza, però ... Non c’era tempo di piangersi addosso, di constatare la perdita. Sapevamo tutto e le domande ci seccavano.
A casa sua cucinavamo quel che capitava con passione e fantasia. Artiste su campi diversi, ma sempre artiste …
Qualche carota, un soffritto di cipolla, i peperoni saltati e conditi di Modena … Tutto era perfetto con Lara. Improvvisamente la paura di vivere scompariva. I miei genitori non esistevano più. Le imposizioni, non esistevano più.
Libera di essere perversa, dicevo addio a tutto quel passato di compostezza e perfezione scenica.

Lei poggiava la testa sulla mia spalla ed il mio capo ricadeva sul suo. Lo faceva improvvisamente, durante le lezioni d’inglese, in metropolitana … Ovunque.
Trovava protezione fra gli incavi del mio corpo ed un brivido mi scendeva lungo la schiena, non appena quei capelli morbidi sfioravano il mio collo freddo e alto.
Mi trattava come mi trattano gli uomini.
A volte formulava pensieri strani mai esplicitati. Mi ammoniva non appena cadessi in paranoia …

“Basta con tutte queste seghe mentali!” e  si arrabbiava ferocemente.
Non ero mai veramente serena. Improvvisamente tornavo ad essere la bambina insicura di un tempo, quando piagnucolavo non appena Vittoria mi portava via Eleonora.
La spontaneità di pensiero si paga caro … dicevo tra me  e me.

Ma poi lei  tornava, a sgridarmi per quei silenzi che tanto amava … A sgridarmi per essere tanto fragile e poi a piangere della sua resa.

E affermava, dopo che la lasciavo sfogare, “sai, tu sei terribilmente buona e saggia”.

Ed io ridevo di quella novità, di quella verità tanto attesa.

Mi guardava come un uomo, poi. Consapevole del proprio fascino … Quello che deriva dalle contraddizioni e dai gusti musicali identici.
Le lasciavo il mio ipod in custodia, sicura di non potermi fidare.
Scorreva una traccia adorata da entrambe, “Playground love”.

“Non sai quante scopate mi sono fatta su questo brano …” affermava sorridente ed eternamente vogliosa, ricadendo poi sul suo dramma in replay.



1 dicembre 2010

It

Non era particolarmente alto eppure spiccava tra la folla. Il suo portamento aveva un non so che di regale … Il petto era ampio ma non lo ostentava come fosse un qualsiasi Berlusconi.
Un’espressione malinconico ridente gli incorniciava le labbra. Quegli occhi blu oceano erano stati sapientemente intagliati da maestri artigiani migrati dall’Oriente.
Il suo corpo sembrava emerso dalle polveri fini del marmo. Una consistenza perlacea ne impreziosiva l’incarnato.
La camminatura era però stentata, ad indicare un certo disagio tra la folla. Se ne voleva dipartire …

Un’entità superiore gli aveva regalato il dono dell’ubiquità.
Era forse dio sceso in terra o, più semplicemente, uno spirito visibile agli occhi degli umani?

Lui non se ne curava. Pensava piuttosto ad osservare le tante donne che aveva deciso di lasciare per passatempo.
No, non era questo. Non si trattava nemmeno di un gioco. Era una questione d’impossibilità …

Come fa l’eternità, infinita come lo spazio e come i rotoloni Regina, a conciliarsi col limite?

Osservare le mille donne che aveva amato era la sola scelta che gli fosse rimasta, l’unica frivola leggerezza in una vita di nodi inestricabili.
I gatti gli somigliavano … Una matassa infinita tra gli artigli affilati.

Le sue donne avevano occhi felini. Rappresentavano la complicazione, il danno, la bellezza algida, la perversione annebbiata di grazia …
A volte le incorporava tutte in un’unica figura ideale e poi, nauseato dall’incanto di quello stesso oppio, finiva per frammentare la sua fantasia in mille pezzi …

Pezzi di cristallo, pagliuzze dorate raccolte su una spiaggia imbiondita dal sole, rubini, gemme di fiori ed ogni sorta di meraviglia presente sulla Terra …
Ogni cosa, nelle sue mani, si tramutava in meraviglia. Era condannato all’estetica, al vizio celato dietro ogni perfezione.
In uno dei tanti libri in suo possesso, si era riconosciuto nel personaggio di Dorian Gray. Ai suoi occhi era il fratello illegittimo di Boccadoro.

In tutti quei secoli di esistenza non si era mai azzardato a leggere “highlander”, forse per non impazzire.
A volte si soffermava su un pensiero … Cos’era la pazzia? Una forma di dolore inconsapevole? L’anticamera della morte? La distruzione dell’integrità mentale?

Nessun libro avrebbe potuto rispondere a questa domanda perché i pazzi non scrivono libri.
Ma colui che si definisce sano, fino a che punto può essere sicuro del proprio stato mentale?

Mille ragionamenti lasciati a metà. La curiosità andava bene per gli ottusi e lui non poteva ammetterla per orgoglio.

Che disgrazia essere nati metà umani!
Aver acquisito l’arrovellamento e la bruttura del peccato originale … Una bruttura edulcorata dal ruolo della chiesa, istituzione eletta reginetta dei secoli nei secoli amen.

Ogni giorno entrava in chiesa per riscattare la colpa di essere nato e ai suoi amici raccontava di recarcisi per il gusto sfrenato che nutriva nei confronti della bellezza architettonica delle strutture che lo circondavano.
L’ammissione della propria colpa non sarebbe stata tollerata.
Giurare a sé stessi e al mondo di amare l’oggetto del proprio odio, a che risultati avrebbe portato?

Era stato bambino in quel della riforma protestante e adolescente un po’ più tardi, all’alba del pensiero illuminato. Voltaire, un amico fidato e aperto al dialogo. Decisamente troppo, ahimè, per comprendere l’inganno del silenzio più ponderato.

La disgrazia di chi precorre i tempi non può essere argomentata.

Nessuno spazio per la messa in discussione di certi postulati. Nessun teorema matematico in grado di spiegare quel che è chiaro alla non ragione. I secoli si sarebbero susseguiti così, con la formulazione di un pensiero e la sua immediata revoca.


Parola, silenzio, meditazione, morte.

E la redenzione?

La Chiesa, amica d’inganni, attrice camaleontica nel corso dei secoli, l’aveva promessa, questa altisonante redenzione e lui aveva finito per crederci, ascoltando la parola forte e posata degli ecclesiastici in maniera ossessiva, quasi fosse un’omelia …

Con sarcasmo aveva preso la malsana abitudine di lasciarsi assuefare da quei discorsi a discapito della musica, sua Dea immacolata fino a quel punto, fino alla conversione, simile a quella di Saulo alla volta di Damasco, simile a quella di Matteo meravigliosamente raffigurata dal Caravaggio …



Lui era la Chiesa. Il puzzo del sangue rappreso e l’esalazione profumata dell’incenso, la corruzione e la giustizia, la simonia e la santimonia, la morte e la redenzione della propria anima …






Com’era bello osservare le donne della propria vita, nascondendosi dietro l’angolo della porta …


Com’era bello.

Sleeping

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