19 febbraio 2013

Io ho ancora dei sogni, loro no.

Sogni, cosa volete dirmi con le vostre immagini scarne?
Volete ch'io v'interpreti davvero o state solo giocando con me?
Non siete sogni ma presenze reali sul filo del corpo.
La mia sensorialità si apre a voi e riceve tutto, il male come il bene.
Non vi posso chiamare incubi perché tutto serve e la bruttezza non esiste. Basta capovolgere il quadro. Come certe foto (direbbe Dalila...) che risultano inguardabili con la prospettiva originale e poi, basta girarle, per capire quanto siano incommensurabili e prive di difetti.
I miei sogni sono così e anche i più belli hanno qualcosa di osceno, come le foto di David Lachapelle o come i film di Tarantino che lasciano ben poca poesia allo spettatore e sono apprezzati senz'altro per diversi aspetti.
I miei sogni sono spesso coreografie curatissime e appassionate di balletti classici o moderni. Somigliano a quei biglietti di compleanno che se li apri esce fuori la musichetta. Solo che le mie musiche hanno un tale volume dinamico che finiscono per destarmi proprio sul culmine della perfezione, a pochi passi dalla comprensione razionale di quel che sta accadendo. Ma a quella vetta non arrivo mai. Senza essere una psicoterapeuta, posso dire di aver compreso qualcosa: i miei sogni sono una metafora della vita che conduco ma, più di questo (che per essere onesti non è niente di trascendentale visto che è comune a chiunque ...) sono esemplificativi del modo con cui vivo gli eventi, dell'atteggiamento soggiacente. Tante persone soffrono di manie di controllo e non tollerano gli imprevisti, i fuori onda, e la diretta (ho un linguaggio troppo cinematografico, ora che ci penso...) Io, invece, credo nell'inesorabilità e nel fatto che non ho i mezzi per essere più forte della vita stessa. Quella è solo un'illusione di controllo, per l'appunto. Posso decidere di essere consapevole di quel che sto vivendo ma nulla più. Se dovessi stilizzare la mia immagine in un disegno, penso che mi raffigurerei circondata da una folla di gente, con le braccia spalancate, mentre marcio nella direzione opposta alla loro, con un sorriso vivo stampato sulla bocca. Ecco, quella sono io: una figura positiva che si prende ingenuamente tutto quel che viene, anche un piede grosso che le calpesta il suo o uno sgambetto o, perfino, un mitra.
I miei sogni sono così "scorrelati" perché nemmeno nella vita al di fuori di loro c'è un nesso logico. Io faccio i passi più lunghi della gamba, mi butto dentro ad imprese titaniche che lasciano tutti quanti con il mento a terra  e poi vedo come va, da brava prima spettatrice. 
Questa mattina ho sentito un bacio sulla fronte da parte di mia sorella. Dev'essere passata verso le 7 o giù di lì. Ho sentito che è entrata in camera dallo spostamento dell'aria e i miei occhi semiaperti hanno scorto la luce dell'anticamera accesa. E' entrata ridendo di quella risata dolce e infantile che le è tipica. Mi ha guardata e ha detto alla mamma "Guarda com'è bella" e mi ha baciato sulla fronte, al ché ho preso a sorridere per farle capire che mi aveva svegliata e per trattenerla un po' con me ma lei è scappata via subito e le mie braccia hanno continuato a navigare nel vuoto, in attesa di quell'abbraccio fraterno. Dopo questa immagine, sono andata a finire a Milano davanti all'università e voi direte che non v'è nulla di strano in tutto questo ma il punto è che Milano era Lione e l'università somigliava infinitamente alla residenza André Allix però non era nemmeno lei... Era un luogo noto ma mai visto prima. Io avevo in mano il mio cellulare e tentavo l'accesso ad una qualche applicazione ma senza successo. Tutto era chiaro e limpido nel corso del sogno ma, al di fuori di esso, non mi è rimasto niente di preciso in testa e questo mi rende nervosa e inconcludente. Terminata questa brevissima immagine a metà tra la primavera e l'estate, sono finita in una piscina di Lione in cui presenziavano le peggiori bimbeminkia del mio paese in atteggiamenti inequivocabilmente sensualoidi. Io davo segni di grande inquietudine e speravo di fuggire il prima possibile poi mi ritrovavo con Dalila e altre amiche ignote sotto un portico moderno da ospedale e incrociavo la Policastri (compagna delle superiori) che mi chiedeva aiuto. Io le voltavo le spalle perché odio quelle che si spacciano per tue amiche adulatrici dopo anni che non ti vedono solo per ottenere un favore. Non so di quale favore si trattasse fatto sta che alla fine m'impietosisco e le dico pure che mi è mancata molto e iniziamo tutte e cinque a correre sotto al portico mentre "Spiders" dei SOAD si spande nell'aria in tutta la sua potenza drammatica. La nostra corsa apocalittica è cinematografica nel senso che siamo figure che si trascinano a rallenti per quel corridoio aperto e la poesia è immensa almeno quanto l'insensatezza di tutto questo. Un primo piano va alle gambe toniche tese in quello sforzo sovra umano e il secondo agli sguardi contriti e fieri. 
La musica diventa assordante ed è lì che mi sveglio dolorante, con una grande sofferenza alla pancia e la consapevolezza che ognuna di queste immagini è dipesa dal male notturno e dai fiumi di porpora incessanti. 
Vado in bagno in preda ai capogiri, certa di avere il viso più bianco del pail che indosso. Osservo con un attimo di smarrimento il mio dissanguamento e penso che mi ci vorrebbe una trasfusione perché era da anni che non mi conciavo così. Chiedo a mia madre di portarmi un cambio e lei mi chiede se le ho forti. Non parlo e mi limito a mostrarle il risultato. Per poco non sviene e le si lucidano gli occhi. E' così altruista che chiederebbe un permesso familiare solo per potermi accudire. Le sorrido in maniera rassicurante e le dico che va tutto bene e che dipende senz'altro dalla cura che ho fatto. Insoddisfatta dalla mia spiegazione prende e se ne va. 
Accendo la tv, oggi i giornalisti sono in sciopero ed esulto perché forse avremo una tregua per riposare le nostre orecchie martellate dalle informazioni sulle elezioni politiche 2013. 
Uno Mattina trasmette un servizio sul Darfour. Gli ospedali sono chiusi e i bambini muoiono. Le donne vengono violentate quotidianamente. 
Io ho ancora dei sogni, loro nemmeno quelli. 

Shanti - Shanti - Shanti!

15 febbraio 2013

!

Mi faccio violenza, vado contro i principi dello yoga, mi butto a capofitto in questa esperienza quando ancora la ferita è fresca, forse troppo. Mi estendo oltre questi limiti e per qualcuno potrebbe significare che mi voglio fare del male gratuito... Qualcun altro, invece, potrebbe intendere il senso recondito e stimarmi e magari credere in me.
Io ho una colpa: l'aver amato questo ragazzo che probabilmente non meritava il cuore che gli consegnavo con entrambe le mie mani tese in avanti. Ma basta capovolgere la figura perché diventi qualcos'altro e subito acquisisca un valore aggiunto che prima era impossibile notare: ho capito che sono capace di amare e questo è un grande privilegio. Amare ha rafforzato la mia autostima perché è un esercizio di costanza, forza, fiducia e fedeltà. Io non sono come la maggior parte della gente che si stanca della persona che culla nella mente dopo qualche mese e poi, complice la noia, se ne va. 
Potreste pensare che questa considerazione sia superflua o banale ma sappiate che è una grande scoperta da fare su se stessi quando si è sempre stati infedeli e per nulla dediti all'impegno. Ho compreso, in ultima analisi, che non sono un terreno arido, che sono un albero all'apparenza morto ma da cui esce ancora la linfa se si prova a conficcargli una lama dentro. E se ho amato lui posso tornare a farlo.

La ferita, come dicevo, è molto fresca ed io mi metterò alla prova spudoratamente. Sarà come prendersi a randellate il cuore, sradicarlo dal petto, tirargli pompe e pompette e vedere il sangue schizzare da tutte le parti mentre lo si scarnifica con le unghie (ahahhaahahah!! Adoro i racconti vividi!) però io devo arrivare alla mèta che mi sono prefissa: smettere di collegare quella città a lui e sviluppare altre abitudini, conoscere gente nuova e divertirmi davvero! E poi non è nulla di eterno... Questa mossa mi darà delle risposte e poi io valuterò quel diavolo che desidero dalla vita. 

Ora devo pensare a: 

1. Studio
2. Lavoro
3. Singletudine
4. Controllo e gestione del denaro
5. Benessere psicofisico della MIA persona 

Ecco. Addio.

14 febbraio 2013

Bologna che io scrivo Bolgona perché sono scema e frettolosa

Sono sul treno e sento che dovrò fare affidamento a tutte le mie capacità di autocontrollo per evitare di chiamarti, per godermi la città senza sentire la lama affondare nel cuore ogni volta che incrocerò un luogo visitato insieme. Detesto la mia memoria fotografica o cinestetica, chiamala come vuoi... Detesto calpestare i luoghi quasi fossero la tua faccia o il tuo corpo e considerarli tabù spaziali piuttosto che semplici "luoghi". 
E se io decido di intraprendere determinati viaggi, lo faccio per abituare il mio cuore ai martellamenti che non sono semplici battiti ma scossoni sconquassanti (lo sai che adoro le allitterazioni ...). M'illudo che così facendo potrò tollerare qualsiasi cosa, mettere a tacere questa mia sensibilità ingombrante e ridimensionarla che è quello che poi devono fare tutti gli altri. Non è che io sia un essere speciale e quindi esente da determinate responsabilità ... Sono una come tante diversa da tutti (e questa frase meravigliosa l'ho rubata ad un uomo mai incontrato personalmente, conosciuto anni fa sulla community di libero.it che celava la sua identità dietro al nicknmame "fabio72dgl" o qualcosa del genere). 
In realtà non sono sul treno, lo ero ieri ma amo parlare del passato utilizzando i tempi presenti e quindi ti dico che sono sul treno con tanti sentimenti misti dentro, non ho accanto nessuno e posso leggere "L'immortalità" di Kundera tranquillamente. Il problema è che la lettura mi ha sempre conciliato il sonno e quindi riesco giusto a leggere due capitoli e poi abbandono l'idea, lasciandomi trasportare dalla musica che ogni tanto tradisco relegandola ad un semplice moto d'accompagnamento e nulla più. I miei pensieri, sai, sono così gravi che sotterrano la sua leggerezza e mi fanno correre in bagno ogni volta che realizzo il fatto che oggi non ti rivedrò e che non cederò alla tentazione di farti sapere dove sono né perché. Questo, bada bene, lo dovrò fare ogni sabato per 15 mesi e non sarà facile. Men che meno qualora decidessi di trasferirmi (ipotesi più che plausibile...). Insomma, ho fatto questa pazzia e non so quante altre ne farò ma il mio adorato amico Paolo dice che mi ha fatto i tarocchi e intravede la mia rinascita assoluta e potente ed io voglio crederci! Questo treno mi sta portando verso una delle città che più amo al mondo ed è qui che tornerò per "formarmi" in questa arte straordinaria e per conoscere nuova gente. E' qui che svilupperò nuovi occhi e che capirò che il mondo non finisce entro i confini del tuo corpo-casa
Arrivo a Bologna senza accorgermi e, naturalmente, non seguo la strada che mi viene consigliata dal direttore della scuola perché sono in netto anticipo e posso vagheggiare serena, gustandomi le ignote sorprese che questa cittadina so mi riserverà. Alla fine, però, mi perdo e sono le 11.02, ragion per cui chiedo indicazioni ad una signora bellissima che mi fa subito morire di tenerezza in quanto non mi dà delle semplici indicazioni ma si prodiga in spiegazioni iper accurate che mi fanno comprendere esattamente dove sono. Mi fa un grande in bocca al lupo e mi dice che quando verrà a Milano le potrò ricambiare il favore ed è lì che sfodera il primo, bellissimo sorriso emiliano della giornata. Io che sono milanese d'adozione tremo un po', complice il fatto che a pochi giorni di distanza dal mestruo, piango per qualsiasi cosa, anche per un sorriso gratuito. Quella lacrima lei non la vede perché sono mascherata dai miei occhiali Janis Joplin che ho portato con me supponendo il bagliore candido della neve anche a 230 km di distanza da casa mia... 
Via delle Lame è felice anche solo per il nome perché mi fa tornare alla mente la mia Annince quando imita il Tia di Quarto Oggiaro e che suole dire "Guarda che ti lamo!!" con fare minaccioso da decenne che fa brutto. Un nuovo moto nostalgico mi coglie, stavolta, preparata e procedo sorridente (non si sa bene per quale motivo) ascoltando "Alabama Song". Mi giro distrattamente, quasi fossi stata chiamata, verso sinistra e trovo davanti ai miei occhi la locandina cinematografica del concerto dei Doors all'Hollywood Bowl che verrà trasmesso in tutta Italia il 27 febbraio. Scatto una foto brutta col mio cellulare e tiro dritto e successivamente m'imbatto nella via dell'Accademia con una tachicardia ovvia. C'è il sole, non fa troppo freddo, indosso scarpe comode e non c'è nulla, proprio nulla, che possa turbarmi o nascondere quell'aria sorridente dal mio volto. I treni ad alta velocità hanno questo pregio straordinario che ti fanno cambiare vita in poco più di un'ora, senza che tu abbia il tempo d'ipotizzarlo.
Citofono ed entro nell'edificio storico che ospita la scuola e mi accoglie il professore di dizione che mi mostra i diversi ambienti. Sono visibilmente emozionata: non ho mai visto una struttura tanto bella accogliere il Sapere. Sono abituata agli ambienti freddi e funzionali. Qui il soffitto che ospita le scenografie realizzate dagli studenti è alto 15 m ed è completamente affrescato. Devo riavermi un attimo prima di poter proseguire... Leggo il contratto, lo firmo, pago e divento un'allieva di doppiaggio a tutti gli effetti, proprio io che due giorni fa imprecavo e piangevo disperata senza trovare pace o stimolo in nulla. Dopo la telefonata salvifica che abbiamo avuto, sono riuscita ad avere tutto più chiaro, a sentire quella benedetta cesura. Una cesura educata, meno crudele del previsto. E' lì che ho visto me senza te (finalmente) e ti ho ringraziato e credo che tu lo abbia colto dal tono della mia voce che tradiva una dolcezza commossa ma consapevole della "novità".
Finisco di visitare l'Accademia e mi chiedo che diavolo farò, da sola, senza te e senza Dalila. I miei sentimenti sono appunto confusi e mi chiedo sinceramente a quale forza mi appellerò per sostenere la violenza della città. Superato questo smarrimento capisco che sono libera e che posso lasciarmi sorprendere piuttosto che cedere il passo alla malinconia. Ho il biglietto di ritorno e il treno partirà alla volta di Milano alle 16.05 e ho ben quattro ore davanti a me per perdermi e non badare a nessuno. 
Piazza Maggiore e le due torri sono al mio cospetto, ripercorro le nostre conversazioni ma non mi fanno più male e poi sento un languorino e mi fermo ad una sorta di Spizzico bolognese perché non posso sedermi in nessun locale, visto il mio naturale pudore...
Poi succede una cosa stranissima e incontro un ragazzo molto bello. Un momento! Ma quel ragazzo sembra Stragà! Lo guardo con gli occhi sbarrati, gli sorrido, lui ricambia e conferma alla mia domanda di essere proprio Federico Stragà. E' gentilissimo e si ferma a parlare con me e dice che sta andando al caffè dell'altro capo della strada per chiedere di suonare da loro a fine marzo. M'invita e gli rispondo che non so se sarò a Bologna ma che, nel qual caso, passerò senz'altro! 
Dopo questo incontro ho un sorriso iper ebete in volto e mi addentro per le varie viette pittoresche fino a imbattermi nel ghetto ebraico che è bellissimo e ritagliato dal nostro tempo. Successivamente finisco nella zona universitaria e trovo una libreria antichissima che vende testi straordinari a prezzi stracciati. E' lì che vivo una vera e propria sindrome di Stendhal e mi chiedo che cosa proverebbe Dalila in un posto del genere. Il libraio è un tipico orso/topo da biblioteca ma è un uomo bellissimo. Quel luogo ha un odore di dolci e di vecchio a cui proprio non posso resistere. Non sto a dirvi cosa acquisto perché è una sorpresa però non potete capire la mia gioia...
Alla fine giungo in Via Zamboni e uno sciame di studenti affascinanti e giovani mi travolge. I bar e le edicole sembrano essersi fermati agli anni '70 e trovo una rivista che parla dei primi Pink Floyd. Vorrei comprare un milione di cose ma non posso perché questo è il tempo dei sacrifici e dell'impegno. 
Superata la zona universitaria con i relativi sguardi furtivi e succosi, mi fermo in un bar che m'ispira e dentro trovo un ragazzo carino e iper gentile che mi prepara un mocaccino in mancanza del caffè al ginseng di cui sono ghiotta. Chiacchieriamo un bel po' e gli chiedo se sono distante dalla stazione e se, secondo lui, le agenzie interinali sono aperte visto che ho bisogno di lasciare i cv per credere in questo sogno. Mi risponde accuratamente e conferma che mi trovo vicino alla stazione ma che non mi assicura nulla circa l'apertura delle agenzie. Quando me ne devo andare si presenta, mi stringe la mano e mi dice che sono molto carina e che posso passare da lui quando preferisco. Com'è possibile che in Emilia le persone siano così diversamente carine rispetto a Milano?!
Da quel momento, proseguo per via Mascarella/Iniero e m'imbatto nell'edificio che ospita la facoltà di Scienze naturali e Biologia. Trovo al suo interno l'orto botanico che è visitabile gratuitamente. E' in quel luogo che mi trasformo in una bambinetta curiosa e scatto un sacco di foto, parlando con un signore gentilissimo che mi apre le serre tropicali e mi presenta la Sig.ra Mimosa Pudica!! Lei si ritrae se provi a sfiorarle le foglie. Una pianta non mi ha mai intenerito tanto e oggi che è S. Valentino la vorrei al posto delle rose...
L'orto non è al meglio delle sue possibilità viste le temperature rigide però è incantevole e completamente vuoto. Posso addentrarmi anche nei sentieri segreti e giungere in cima per ammirarlo dall'alto. Penso a Dalila e a quanto amerebbe questo posto... 
Uscita da quel giardino segreto vado dritta senza meta perché sono ancora le 14.30 e capisco che mi sto allontanando sia dal centro che dal mondo. Incredula più che mai giungo ad una via che si chiama Pichat e leggo "Dipartimento di Psicologia". Il mio cuore si arresta un attimo e faccio quel che è ingiusto fare: ti chiamo a casa in anonimo per verificare se ci sia anche solo una remota possibilità che tu sia all'interno della tua facoltà. Rispondi ed io resto muta ma non riattacco. Tu dici: "Pronto! Pronto ... Pronto, pronto, pronto! Beh, posso fare un monologo! Nacqui / crebbi ... Eheheh! Beh, visto che non è pronto, richiamerà!" e riattacchi. Non so come riesco a trattenere le risate a quel "Nacqui / crebbi" ma grazie al cielo ce la faccio.
Proseguo e trovo una fermata dell'autobus e lì un ragazzo che lo attende e che mi osserva con un sorriso timido mentre mi avvicino. Gli chiedo dove sia la stazione e lui mi dice che è a 20 minuti di cammino ma aggiunge "Al passo a cui andavi tu, ci arrivi in 15 minuti" e anche i suoi occhi verdissimi sorridono. Lo ringrazio e penso che c'è qualcosa di straordinario in tutte questo: nel modo in cui mi ha analizzata e nella sua espressione così familiare. Di Bologna mi porto a casa la facilità nello stringere legami piacevoli e mai volgari.
Giungo in prossimità della stazione e trovo una decina di agenzie per il lavoro che accettavano il pubblico solo al mattino del martedì o del mercoledì a seconda. Troppo tardi, penso, ma tanto non ho certezza di quel che farò!
Il parco di V.le Indipendenza (che è quello che ha visto la nostra ultima giornata insieme) mi si spiana davanti agli occhi. Salgo la splendida scalinata e trovo la panchina in cui tu "mi guardavi malato d'infinito" (per citare me stessa). La oltrepasso per non morire troppo e un ragazzo straniero e invasivo mi dice "Ciao bella. Passeggi nel parco?" Io annuisco educatamente ma sono molto arrabbiata perché odio quando qualcuno di non autorizzato s'intromette tra me e i miei pensieri.
Inizia ad inseguirmi ad una debita distanza ed io mi agito. Voglio sedermi perché non mi sono fermata nemmeno un attimo ma non mi sento sicura. Alla fine lo faccio lo stesso, mi metto a leggere, lui mi passa davanti molto lentamente e, vedendo che non lo degno di qualsivoglia considerazione, ci rinuncia e si siede accanto ad un dodicenne che sta alla panchina attigua alla mia. Sono un po' preoccupata per quel ragazzino ma vedo che fanno amicizia e mi calmo. 
Scendo le scale per andare a prendere il treno nonostante manchi ancora mezz'ora e vedo che reca 35 minuti di ritardo. Questa cosa, non so perché, mi fa cadere il morale sotto i piedi ed esamino tutti i treni diretti a Modena e mi emoziono per poi ricadere sulla terra e capire che la mia dignità è e deve rimanere più alta di qualsiasi debolezza o bisogno secondario. So che la resistenza mi farà acquisire una stima molto più alta di me. Esco e vado a prendermi un cappuccino nel bar davanti alla stazione e vedo che il mio cellulare ha una chiamata più due sms. E' la mia Dalila che (come un balsamo salvifico) è venuta a salvarmi dallo sgretolamento malinconico. La chiamo fino all'esaurimento inesorabile del credito e conversiamo per una decina di minuti. I due baristi sono gentilissimi e uno dei due è davvero bello. Mi dice che mi preparerà il cappuccino con amore ed io divento rossa. Appartiene a quella categoria di cappuccini eccezionali, dalla schiuma impalpabile, quasi pannosa che sono già dolci prima ancora di zuccherarli, paradossalmente.
Esco felice da quel posto, mi armo di santa pazienza e attendo il treno del ritorno. Parto alle 16.50 piuttosto che alle 16.05 (sono solo due cifre invertite, in fin dei conti...) e tutto vola rapidamente mentre leggo mille cose diverse, divertendomi. Accanto a me c'è un milanese dal viso germanico che si scompone con riverenza appena devo alzarmi per andare in bagno ma poi, quando scende a Milano Rogoredo, mica si azzarda a dire "Salve e buon proseguimento!"
Arrivo a Milano alle 18.10. La metro per Gessate arriva di lì a poco e alle 18.50 sono al mio paese, arrivo a casa correndo alle 18.55, mi vesto per la lezione di Yoga e alle 19.02 sono lì con un sorriso smagliante sul volto. 
E' da più di due ore che scrivo e ora aleggia nell'aria un puzzo strano che è quello esalato dal mio corpo non ancora lavato... Pertanto ti/vi saluto e vado a porre rimedio a questa tragedia! 

Sleeping

Sleeping