25 marzo 2013

Un film

Quella visione estatica non mi abbandonerà più. 
Esistono attimi che, mentre li vivi, si contendono il primato dell'eternità con altri più modesti. 
Quando sei consapevole di questo, non esiste più nulla di diverso per il quale valga la pena vivere. Nessuna razionalità, nessun ordine prestabilito da seguire scrupolosamente. Solo A-more, assenza di regole. E' un etimo e niente più ma in esso vi è racchiuso il Tutto, immanente e chiaro come un quadro di Piero della Francesca. 
Lui, quel Lui che abita le mie pagine da ormai molto tempo, si prestava al mio sguardo in tutta la sua gentile maestosità, i contorni del corpo sbiaditi dai vapori caldi. Fuoriusciva da una visione a me nota da sempre eppure nuova. Quelle forme lievi, mutevoli a seconda dell'ora e del contesto, s'imprimevano violentemente nella mia mente acuta. Le lasciavo fare, senza imporre controllo alcuno, registrando ogni singolo frammento con precisione maniacale, in attesa dell'elaborazione attenta dei dati. Ma il tempo della registrazione è il più complesso che esista ... Somiglia al canto lirico e a tutte le arti in genere: concentrazione, tecnica e metodo sono al servizio della creazione, atto di per sé irrazionale. 
Con questi sentimenti contrapposti subivo il mio Uomo. Migliaia di riferimenti, improvvisamente, si accalcavano nella mia mente: pezzi di canzoni, citazioni letterarie, fotografie, odori e anche sapori. Tutto quel che sapevo ed ero giaceva lì, in quello spazio angusto diviso con lui. La mia anima tutta echeggiava con la sua, la misura dei nostri io così diversi eppure vicini risiedeva lì, finalmente appagata dal contatto, la nostra ossessione furibonda.
Sentivo la libertà assoluta di poter essere me, quella tentazione di esistere che, finalmente, trovava spazio e voce e urlava di gioia. L'immagine scenografica del mio corpo colpito da un dardo di luce, mi apriva il petto e da esso fuoriuscivano coloratissime farfalle ... La festa nel cuore. Questo era Lui in me e per me, il prodotto finito, messo a punto dal mio sopraffino processo di decantazione.
Alessandro puro ed innocente, Alessandro perverso e osceno, Alessandro lucente e divertente. Sarebbe sempre stato Lui, col suo nome da chiamare  a voce piena, senza avere paura. 
Ed eccolo lì, avvolto dai fumi, ogni riccio ben definito dall'acqua e le forme armoniose di donna. I suoi occhi ora divertiti come quelli di un bambino, ora liquidi e morbosi come quelli di un uomo assediato dalla voluttà, mi cingevano gelosi e registravano a loro volta tutti i frammenti di me, implacabili e precisi come una lente da laboratorio. La bocca semiaperta a raccogliere il piacere e la testa all'insù, metafora di perdizione. 
Libera di potermi abbandonare all'atto creativo, certa di poter essere accolta ed accettata in ogni mia espressione, dalla più dolce alla più peccaminosa, danzavo intorno al suo corpo, con gli occhi dischiusi e le mani arrese alle sue, così delicate e ben pesate su di me. 
Il contrasto tra le linee femminili e la sua possente virilità mi mandava in estasi, al punto da farmi capitolare ai suoi piedi, inerme e supplice ma mai paga. Lui perduto con me, liquefatto tra i miei umori, rapito e mai ostile a quella trama che andavamo intessendo, perfetta sin dalla prima esecuzione come certe canzoni Jazz. Improvvisati e splendidi.

Io so che tra le tante informazioni che andranno perse nel computer del mio cervello via via più vecchio, questa meraviglia non scomparirà. Il film che vivo, di cui non conosco né durata né articolazioni, è al suo inizio ed io mi lascio vivere ma per una volta, la PRIMA volta, sono protagonista e non spettatrice.  




12 marzo 2013

Peripatetica

Ci sono i pensieri passeggiati che sono molto più belli rispetto a quelli seduti. 
Io ho sempre sognato di avere una meravigliosa macchinetta collegata al cervello che potesse scrivere su un foglio di carta tutti i pensieri passeggiati, quelli della strada, quelli rapidissimi e pieni di poesia scaturiti dall'osservazione del mondo circostante. Il portatile non può supplire a tutto questo perché ha un'autonomia limitata e perché le dita non potranno mai essere rapide quanto il pensiero. E allora io penso alla morte, alla perdita di tutti quei frammenti di straordinaria bellezza e penso che la mia tristezza congenita sia frutto del perenne lutto che mi porto dentro. E' l'eredità degli scrittori e dei pensatori in genere e se ho cercato per una vita intera (intera sinora) una spiegazione alla malinconia ora, almeno, l'ho scovata.
Ogni volta che profferisco qualcosa di straordinario nella mia testa, penso che prima o poi lo ricupererò poiché è mio figlio ed un figlio non lo puoi proprio scordare in una stanza remota del cervello, per quanto grande. L'ala Ovest della Bella e la Bestia doveva avere qualcosa a che fare con tutto questo, ora che ci penso... Comunque, non divaghiamo!
Dicevo che il figlio è un pensiero... Ah no! Che il pensiero è un figlio! Però anche la prima aveva un "certain so" di realistico poiché i figli ti danno dei pensieri oppure ti danno da pensare. Insomma, mi sta andando in pappa il cervello! Vedete? Vedete quale tragedia è mai questa? Cinque minuti fa ero di umore romantico e volevo scrivere qualcosa di potentemente coerente (rima, fottuta rima!) e ora sono qui a vagolare in valentinese, senza possibilità di ricuperare il figlio! (L'ho sempre detto che l'istinto materno mi si è incastrato fra l'aorta e l'esofago, porca di quella puzzola di Pepe le Pew!)
Mentre passeggiavo di ritorno dall'incontro con la mia giovane pulzella 32enne, pensavo di scrivere una lettera struggente delle mie ed ero molto ispirata poiché il destinatario è un soggetto talmente affascinante che non è possibile non subirne l'ascendente (santo cielo quante "sh"!!! Sta' zitta, fa' silenzio!)
Ora, quelle impressioni, sono magicamente svanite e mi chiedo se le ritroverò mai. Se le raccogliessi, son certa che potrei scriverci su un libro intero e non annoiare nemmeno il lettore.
Può darsi che tutto sia nato dalla canzone che avevo in cuffia in quel momento e che ora riascolto per una seconda volta, immaginando di cantarla io stessa, ché voi sapete quanto il francese mi sia caro e familiare, accogliente e altolocato come un inglese non sarà mai. Mi soffermo sul pianoforte e penso che una canzone francese non ha bisogno d'altri strumenti per vibrare sospesa nello spazio libero lasciato dal cervello. Sopra c'è solo la scatola cranica e in quello stacco, il respiro, esiste. E' lì, forse, che si adagia la musica. Non so quel che sto scrivendo... Fluisce incontrollato senza correzioni di pensiero e senza dietro front perché così è tutto più bello, più vero e limpido.

Ho ritrovato uno dei miei figli mentre che respiravo. Sono qui per donarvelo mentre la musica sfuma...

"I tuoi occhi sono parecchio scuri per essere chiari. I miei occhi sono parecchio chiari per essere scuri".

Con questa frase da "ricomincio musicale" concludo il frammento. Da lei potrei partire per nuove mète narrative ma non è il momento. Non ancora, almeno.













8 marzo 2013

Antichrist

Charlotte mi ricorda me, quella me inquieta, crudele, spietata, erotica, febbrile, malaticcia e godereccia.
Sceglie sempre questi ruoli affini alla mia essenza perversa ed io ho bisogno di ritrovarla, ogni tanto.
Ho appena visto "Antichrist" di Lars Von Trier e la prima reazione è stata l'autoerotismo. Sì, dopo tutte quelle scene insostenibili non ho potuto farne a meno. 
Questo film mi è piaciuto molto forse perché fa bene capire di non essere soli nella propria follia o nei sogni rinnegati la notte. Diciamo che il regista ci autorizza a non avere freni, a guardare in faccia quel che abbiamo pensato e immediatamente dopo rigettato. La trasgressione sofisticata traspare da ogni frammento onirico e i  dettagli e i simboli sono disseminati ovunque. Ci vogliono cura, dedizione e fegato per tollerare questo film perché il ritmo è lento e le immagini sulla carne sono inconcepibili, sono quelle stesse immagini che ci tornano alla mente nei momenti meno opportuni, come quando andavamo in chiesa da bambini e ripetevamo nella testa di non dire le parolacce e quelle vorticavano sempre di più, ripetendosi a volumi via via più alti fino a farci sentire sbagliati come nessun altro accanto a noi. Quel vicino che sembra sempre senza macchia, a cui avremmo tanto voluto chiedere "capita anche a te?". 
La parola ricacciata in bocca, le labbra serrate, il gusto del peccato raccolto nelle quattro pareti della mente. Questo film è il coraggio di porgere quella fatidica domanda ed è la serenità all'indomani della risposta:

"Sì, capita anche a me".


3 marzo 2013

Natura

Io lessi "Terreno demenziale"e proseguii lungo la via pacifica, senza sincerarmi di quale fosse la verità espressa dal cartello.
Il sole era quello delle 17.24 invernali ed aveva ancora quel raro potere che fa sì che gli occhi, allo sbattere delle palpebre, vedano la sua forma apparire e sparire in ogni angolo di cielo. Avete presente quegli scherzi che vi fanno gli occhi d'estate, quando vi sembra di vedere mille lucciole impazzite o inusuali motivi decorativi? Ecco, insomma, il sole doveva possedere ancora molta luce per consentire tutto questo.
Proseguii tra quegli spazi di campagna staccati dalla città, commossa di poter annusare la terra, mio elemento, e di vederla a ridosso dell'acqua insolitamente immobile, ravvivata soltanto raramente da alcuni rami timidi che poggiando il loro limite su di essa andavano a formare delle V. Pensavo, allora, alla nomenclatura della natura, ai suoi messaggi segreti, alle tante coincidenze che io sola avrei scorto perché la creatività non è comune a chiunque. Trovavo poi un altro cartello e vi leggevo sopra "Indovinello del Martesana". Ridevo lasciandomelo alle spalle, ancora una volta indifferente a quale potesse essere la sua personale verità. Io sono sempre stata così: una che non sa vivere le cose fino in fondo perché teme di scomporne l'equilibrio interno. Mi piacciono quelle cose che passano e che non ritorneranno mai più. Mi piace il dolore sottile che si genera dentro di me al perdere senza sapere cosa ho perso, certa che prima o poi la rivelazione totale e definitiva arriverà. 
La terza cosa  che vidi furono due papere, due normali papere al limitare del naviglio che chiacchieravano amabilmente. Sì, io sono certa che stessero chiacchierando poiché quando mi voltai nella loro direzione mi guardarono malissimo, come due zabette milanesi settantenni che vengano colte nel bel mezzo di una confidenza personale e non vogliano assolutamente essere disturbate da terzi. Le superai come se quella scena fosse del tutto normale e risi ripensando a tutte le volte in cui Dalila soleva autodefinirsi "papera" per quel suo adorabile musetto e per i piedini a forma di pinna. Risi di gioia sincera anche perché in quel momento il mio telefono stava suonando "Alabama Song", una delle nostre amatissime canzoni...
Poi feci retro front, stanca di pedalare, e scesi dalla bici per camminare. Sentivo la mia andatura ridicola, vagamente claudicante. Dalla precedente altezza passai ad una bassezza straordinaria. Immersa in quell'immensità mi sentivo piccola piccola e serena come io non sono mai. Gli spazi aperti, la terra, l'odore dei frutti marciti e il sole... Ora lo potevo guardare dritto in faccia senza temere le allucinazioni. 
Piano piano la mia andatura si fece normale, sicura e quieta. Avevo deciso di camminare per dilatare il tempo e per darmi quelle risposte che avevo lasciate in sospeso mentre pedalavo.
Allora lessi "Idrovia del Martesana" al posto di "Indovinello del Martesana", poi "Terreno demaniale" al posto di "Terreno demenziale" e le papere... Le papere non chiacchieravano più. Le papere procedevano lente lungo la loro ignota via.

Ché io non avrei proprio voluto sapere.

Sleeping

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