15 settembre 2016

Spaccacuore

Per stare bene dovrei smetterla di curarmi degli altri e pensare solo a me stessa.
L'egoismo e l'indifferenza, però, non sono miei tratti salienti e quindi devo ancora una volta instillarmeli da sola, fingendo di possederli per natura.
Solo che è difficilissimo. E' come se mi obbligassi a dire che i Modà e i Queen sono la stessa cosa e che amo i primi a discapito dei secondi. Perché mai dovrei farlo?
Ogni giorno non faccio che giungere a conclusioni giuste ma nefaste. La mia conclusione è che essere me stessa mi provoca più male che altro. A dir la verità non capisco per quale motivo gli psicologi ci tengano tanto a farci comprendere l'importanza di essere noi stessi.
Ora vi dico come sono io e poi fatemi sapere se mi conviene, ok?

Sono apprensiva, affetta da manie di controllo, diffidente, debole, emotiva fino a che devo mettermi a scrivere le mie memorie dal pc del lavoro per non scoppiare a piangere in pubblico. Infantile perché scalcio i piedi a trent'anni suonati, impaziente (o forse no, perché tanta gente mi ha detto che al mio posto non ce l'avrebbe mai fatta a tollerare quel che tollero io), incostante, vulnerabile, umorale, incontenibile nel bene e nel male, troppo buona, d'intestino perennemente sofferente pur con l'intervento provvidenziale del gluten-free, alla perenne ricerca di stimoli nuovi ma incapace di gestire le novità. Soprattutto, non sono assolutamente capace di farmi i fatti miei quando si tratta della vita delle persone che amo. 

Ma la domanda è: se io ho tutto questo bisogno di consigliare, controllare e dirigere la vita di chi amo, non sarà che in realtà non amo proprio nessuno?

Perché amare significa accettare l'altro incondizionatamente. 
Io, invece, dico sempre "Ci sono delle cose che non vanno ma, a parte queste, è tutto stupendo". Allora m'impegno in ogni modo a cambiare quelle che non vanno, dando delle dritte, partendo dunque dal presupposto che io sia una persona migliore di quella a cui impartisco ordini. Ma se fossi davvero "superiore" o "migliore", credo che starei bene con me stessa e mi piacerei. Invece non è così. Non sono per nulla soddisfatta e nulla mi appare mai semplice. Oppure vado avanti bene per due o tre giorni al massimo e poi tocco il fondo nuovamente. La psicologa mi ha fatto già ragionare su alcuni punti.. Mi ha chiesto "Ma tu vuoi accollarti davvero tutte queste responsabilità?"

Beh, non lo so. Dato che me le sono sempre accollate, non ho idea di come possa essere un'altra vita. Per me è sempre stato naturale agire così.
Più mi leggo, però, e più mi rendo conto che ci sono tanti segnali di cedimento e mi abita un nuovo tipo di curiosità, una nuova domanda:

E se la smettessi di controllare tutto? E se la smettessi di dare consigli che, puntualmente, non vengono ascoltati? Tanto lo so che ognuno segue la propria testa ed il proprio cuore e che i consigli non servono ad un emerito cazzo finché il lavoro non lo elaboriamo noi in autonomia. 
Magari sì: magari decido che da oggi lascio fare agli altri le proprio scelte ed i propri sbagli e che magari se li smazzino tutti da soli. 

13 settembre 2016

E come dice la Ferilli: "Rimbocchiamoci le mani(che)!"

Tra  un'ora e quarantadue minuti incontrerò la mia psicologa. Questa volta me la sono cercata vicino casa per non avere alibi "spaziali" da apporre al mio eventuale abbandono.
Quando mi agito do un'occhiata al suo profilo Facebook e ciò che pubblica mi conforta. Anche il suo sorriso è confortante e mi ricorda tanto la mia amica/collega Marie Vidal, di Lione.
Non so se dopo questo colloquio conoscitivo deciderò d'intraprendere tale percorso. Dipenderà tutto da quello che mi susciterà questa persona. Già il fatto che abbia solo un anno in più di me e che sia un Acquario mi solleva sostanzialmente. Perché? Perché le donne Acquario sono più leggere ma incredibilmente profonde. In più, la sua giovane età, mi fa ben sperare e sento che si creerà una condizione di maggiore empatia ma senza i pericoli di un rapporto d'amicizia. Spero di non averla già idealizzata più del dovuto come al mio solito... :)
In ogni caso mi sento molto emozionata, come ogni volta in cui mi butto in qualcosa di nuovo.
Non so se in questi casi si debba fare ordine nella propria mente per capire di che cosa parlare.. Io ne sento il bisogno per farle avere un quadro quanto più completo di me. Potrebbe chiedermi per quale motivo abbia deciso d'intraprendere un simile percorso. Le risponderei questo:

"Sono qui per tanti motivi. La mia irascibilità, la rigidità che m'impedisce di lasciar correre, la poca autostima, l'ansia, l'ossessione di controllare la vita degli altri, il superamento della fine di un'amicizia che credevo infinita".

Partirei da queste cose. Il lavoro da fare è molto ma non sarò sola. So per certo che la psicologa non detiene una bacchetta magica ma farà in modo che io trovi gli strumenti per usarla con me stessa. Magari mi aiuterà a vedere quel che è ancora profondamente oscuro, tutto quello che ho seppellito per vergogna. Non lo so: immagino che le lascerò fare il suo mestiere che io (grazie al cielo) non conosco.

2 settembre 2016

Ora che sono... Ora che sono qui, in questo stupido stupido hotel

"A volte perdere quello che si voleva salvare può essere la vera salvezza" - Massimo Bisotti

Sto riflettendo da qualche giorno su questa frase. Solitamente detesto gli aforismi che si trovano in rete da autori pressoché sconosciuti ma è anche parecchio triste che si valuti l'apporto di una persona solo sulla base del tempo che passa, quasi che questo potesse automaticamente dar rilievo a qualcuno che quel rilievo lo possedeva già.
Sì, magari il Sig. Bisotti è giovane e si è tatuato la sua frase più famosa sul petto come il peggiore dei tamarri ma ritengo che la frase di cui sopra possa essere di grande aiuto per chi, come me, vive ancorato ad un mondo di idee ed impiega anni a demolirle, perché crede che siano giuste o perché vuole trovare a tutti i costi il buono anche dove, apparentemente, non c'è. Insomma, si sa che sono ostinata come ogni Toro che si rispetti e che le novità non le prendo affatto bene.
Sono anche una che accusa fisicamente il dolore interiore e ho acquistato un libro di Metamedicina apposta per risalire alle cause che hanno portato allo sviluppo di un determinato disagio. Penso che prenderne coscienza sia un buon esercizio ed una potenziale cura. In questo modo so che il mio atteggiamento di fronte a certe situazioni comporterà una conseguenza fisica (per quanto sottile e quasi del tutto innocua) e che potrò mutarlo per eludere il sintomo. E' un libro che insegna a guardare oltre e a diventare un po' dottori di sé stessi, auscultandosi attentamente. Senza l'apporto di Dalila, probabilmente, non mi ci sarei mai avvicinata e la ringrazio. La ringrazio per tutto quel che mi ha lasciato, per gli spunti positivi, per il suo amore oserei dire "colto", per come ha tentato di "risolvermi". Siamo andate troppo al di là ed ora è il tempo della lontananza e della divisione. Probabilmente questo tempo non si concluderà mai e lo capisco. Noi occidentali non siamo come i giapponesi con il loro Kintsugi e non siamo nemmeno come Leonard Cohen che dalle crepe faceva penetrare la luce... Noi vediamo le crepe e le troviamo antiestetiche. Crediamo che se una cosa si sia crepata è perché non meritava di vivere o perché le crepe (anche se rimarginate, riempite o lasciate così come sono) non restituiscono mai la medesima forza originaria. Gli oggetti crepati sono più fragili e suscettibili di distruggersi per sempre, una volta caduti di nuovo.
La procedura del Kintsugi restituisce forza e solidità all'opera ma quanto costa? Costa tanto perché si parla di oro. Noi occidentali, per mettere dell'oro nelle nostre crepe e renderle più attraenti, impieghiamo degli anni ed è difficile esigere che qualcuno abbia la pazienza di attendere il completamento dell'opera. Si abbandona, pertanto, la persona "crepata" perché è più semplice e perché si perde la fiducia nelle sue capacità. Si pensa che questa non arriverà mai all'Oro.
Da qualche parte, nella mia anima, io ho qualcosa di giapponese perché le persone le attendo (sempre che in loro intraveda da subito del buono). Questa dinamica mi rende molto paziente e disposta ad accettare pressoché tutto. Ma quando mi rendo conto che qualcuno mi dà per scontata e crede che possa tollerare qualsiasi cosa, allora mi allontano e non parlo più. Di tutte le minacce, questa è in assoluto la più grave. Le persone che amo sono abituate alle mie urla, ai discorsi ben strutturati (pur nell'ira più furibonda) e a ricevere una spiegazione od un'analisi esatta VERBALE di quel che mi sta accadendo.
Opero in questo modo con la disperazione di chi deve salvare un rapporto a cui tiene infinitamente. M'illudo che lanciare tali campanelli d'allarme serva a qualcosa e lo faccio per non essere accusata di non aver dato delle spiegazioni prima della mia fuga. E' il puntiglio, ancora una volta, che mi spinge a tutto questo e richiede parecchie energie.
Ma quando i campanelli diventano troppi, perdono di credibilità. La persona a cui li consegno pensa "Va beh, non è la prima volta. Abbaia abbaia e poi si calma e torna come prima".
Invece no. Anche io mi "crepo". Anche io mi stanco di urlare al vento, pur con le corde da cantante che mi ritrovo. Anch'io capisco che per l'interlocutore i miei segnali suonano solo come una cantilena vuota di contenuti.
Allora cado nel silenzio e me ne lavo le mani. Riuscire a non reagire di fronte ai tentativi di chi mi ha offeso di "recuperarmi" mi fa sentire molto bene nella mia pelle. Mi fa sperare che non sia tanto debole da accettare qualsiasi condizione pur di non rimanere sola.
Stare in silenzio, senza il richiamo degli altri, ci ricorda che abbiamo un qualcosa di unico da preservare: il nostro cuore. Pensiamo di doverlo consegnare necessariamente a qualcuno per dargli una direzione ed un senso ma lui esiste a prescindere. Il silenzio ci aiuta ad udirne il battito che, in genere, avvertiamo solo quando siamo stretti nell'abbraccio di chi amiamo.
Che cosa mi sta dicendo il cuore, ora? Ieri ha battuto troppo forte e rapidamente, tanto che l'ho sentito all'altezza delle tempie e della gola. Dopo aver lanciato l'ennesimo campanello d'allarme, la spinta adrenalinica si è esaurita, lasciando spazio ad una stanchezza fisica enorme. La testa ha cominciato a girare forte e avrei solo voluto addormentarmi per recuperare le forze ma questo gesto avrebbe intenerito Alessandro. Non sarebbe stato coerente con le mie emozioni.
Così sono rimasta seduta ed in silenzio, cercando di recuperare le forze, perché non bisogna mai mettersi alla guida di un'auto quando non si sta completamente bene.
Appena riavutami, sono uscita da lì senza salutarlo, evitando con cura di tornare a casa per non subire l'interrogatorio sul perché la mia faccia fosse tanto sbattuta. Per due ore rognose, finalmente, sono rimasta da sola e non ho reagito al suo richiamo. Cosa avrei potuto rispondere? A che pro.
Ormai me n'ero andata.

Tornando a Bisotti voglio dire che non credo di avere più molte forze per salvare quello che è esterno a me. E dato che so che nessuno di esterno potrà salvarmi, occorre che lo faccia io. Piano e silenziosamente.

Sleeping

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