Sono fasi.
Questa è la peggiore. È quella più difficile. È quella in cui mi squarterei da sola per non aver più stracci di pelle addosso. Ho sognato le dita dei piedi amputate. Una pozza di sangue ed i miei piedi monchi sul bidè. Quel disastro senza anestesia l’avevo compiuto io. Ho pianto. Ho pianto tanto da trapassare il sogno e poi ho pianto per altro, ho pianto per lui. Lui non c’è eppure mi prende ancora. Mi scopa senza arrestarsi mai ma questo mio sangue che esce fuori dalla mia fica non fa che spingerlo fuori.
Sono fasi. Piango il lutto di buttarlo fuori da me. Ma io, ma io... ma io lo voglio ancora, dannazione. Lo voglio ancora. Lo voglio ancora e invece non posso. Non posso nemmeno dirglielo. Devo stare calma e basta.
Lo abortirò con questo ciclo, insieme agli ormoni. Sarà un tempo di pulizia, di silenzio dopo tutto questo baccano e lui tornerà solo allora, quando avrò nervi saldi. Tutto ciò che ora non trovo da nessuna parte se non in lui e nella sua straordinaria autodisciplina.
29 gennaio 2020
Ascolto “La lontananza” che spietatamente la mia riproduzione casuale decide di farmi ascoltare. Sto scendendo le scale di corsa e ho l’espressione sconvolta che non sa se ridere o se piangere. Si perde in un miscuglio strano, forte, intensissimo e demente. Incontro gli sguardi increduli dei passanti e mi chiedo cosa mai sia quel delirio che scorgono su di me. Per me è chiaro, sono io dentro me. Sono ancora io o c’è lui? C’è anche lui. Traballo perché non riesco a gestire me stessa, figuriamoci che qualcun altro mi stia dentro e con questo fare così ingombrante, poi.
Allora vorrei solo tirarlo su con queste mie braccia potenti e scaraventarlo lontano lontano, fuori di me. Lontano, in una steppa arida e senza senso. Vorrei che si cercasse un altro posto, insomma, che non sia questa mia frastagliata anima limitata da contorni procaci.
Vorrei starmene sola veramente, senza essere strattonata di qua e di là, senza avere la chiara percezione del sangue che piuttosto che scorrere, s’impegna a schizzare e sembra quasi che urli. Che urli quanto me in quei momenti in cui non sono più io eppure sono me stessa al massimo. Così tanto da non trovarmi più dopo, quando tutto è finito e di lui, di quell’uomo, mi restano solo le impronte.
Allora vorrei solo tirarlo su con queste mie braccia potenti e scaraventarlo lontano lontano, fuori di me. Lontano, in una steppa arida e senza senso. Vorrei che si cercasse un altro posto, insomma, che non sia questa mia frastagliata anima limitata da contorni procaci.
Vorrei starmene sola veramente, senza essere strattonata di qua e di là, senza avere la chiara percezione del sangue che piuttosto che scorrere, s’impegna a schizzare e sembra quasi che urli. Che urli quanto me in quei momenti in cui non sono più io eppure sono me stessa al massimo. Così tanto da non trovarmi più dopo, quando tutto è finito e di lui, di quell’uomo, mi restano solo le impronte.
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