Ascolto “La lontananza” che spietatamente la mia riproduzione casuale decide di farmi ascoltare. Sto scendendo le scale di corsa e ho l’espressione sconvolta che non sa se ridere o se piangere. Si perde in un miscuglio strano, forte, intensissimo e demente. Incontro gli sguardi increduli dei passanti e mi chiedo cosa mai sia quel delirio che scorgono su di me. Per me è chiaro, sono io dentro me. Sono ancora io o c’è lui? C’è anche lui. Traballo perché non riesco a gestire me stessa, figuriamoci che qualcun altro mi stia dentro e con questo fare così ingombrante, poi.
Allora vorrei solo tirarlo su con queste mie braccia potenti e scaraventarlo lontano lontano, fuori di me. Lontano, in una steppa arida e senza senso. Vorrei che si cercasse un altro posto, insomma, che non sia questa mia frastagliata anima limitata da contorni procaci.
Vorrei starmene sola veramente, senza essere strattonata di qua e di là, senza avere la chiara percezione del sangue che piuttosto che scorrere, s’impegna a schizzare e sembra quasi che urli. Che urli quanto me in quei momenti in cui non sono più io eppure sono me stessa al massimo. Così tanto da non trovarmi più dopo, quando tutto è finito e di lui, di quell’uomo, mi restano solo le impronte.
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