Io, per parlarti, devo scriverti e per scriverti devo immaginare di parlarti perché altrimenti mi vengono fuori delle cose che somigliano a quello che ho dentro ma non sono realmente quelle cose lì. Scelgo di scriverti questa lettera che non leggerai mai ma potrei scegliere benissimo qualcun altro.
Ogni volta che mi metto qui e parto in berserk, mi sento sporca. Che dico sporca? Zozza!! Zozza come un rivolo di liquame che esce fuori da una spazzatura lasciata lì al caldo estivo. Sento la prostituzione mentale, capisci cosa intendo papà? No, non lo capisci perché a te non è mai capitato di divulgare un pensiero su un social network o su un blog. A te non è mai capitato di scrivere qualcosa che ti somigliasse troppo. Ti sei guardato di striscio per non soffrire e non sei poi tanto diverso da un fascista negazionista, proprio tu che hai votato Rifondazione, ma senza mai mangiare i bambini.
Tu, papino, sei così diverso da me! Sei superficiale ma ti travesti da uomo profondo, mentre io sono profonda ma faccio qualsiasi cosa per sembrare leggera e semplice. Però sei complesso e questo è il nostro punto di unione.
Io penso a te molto più di quanto ti dia a vedere ma è più divertente farti credere il contrario e torturarti un po'. Prima ti prendo e poi ti mollo. Un bacino sulla guancia e uno spintone subito dopo 'che altrimenti ti abitui troppo bene'.
Caro papà, ti dicevo che è tutto lontanissimo. Non esisto più da tempo e sai chi è che mi ha ammazzato? L'apatia. Sono figlia del mio tempo nel senso peggiore che possa esistere: nel mio nulla scialbo. "La storia infinita" ce ne aveva parlato nel lontano '84 e noi, piuttosto che contrastare la spinta malefica, ci siamo lasciati plasmare.
Tu uscivi fuori da altri orizzonti. Il tuo dolore era vero, era troppo ma l'hai soppresso come hanno fatto gli spagnoli dopo la quarantennale dittatura franchista. Tu hai coperto l'asfalto di fiori e hai eletto una donna che ti salvasse.
Il mio dolore, invece, è fatuo e subdolo come tutto ciò che non avrebbe motivo d'esistere eppure vibra febbrile nell'aria. Tu guardi al mio dolore con un sopracciglio che alzeresti se sapessi farlo. Quel sopracciglio lo hai dato a me e ci hai piazzato anche una notevole quantità di male che non avevi voglia di smazzarti per pigrizia. Sotto quel sopracciglio c'è un occhio ora malinconico, ora ridente. Non c'è mai una miscela dei due elementi, insomma.
Papà, lo sai che mi perdo sempre... Inizio in un modo e non finisco mai in quello preposto! Comincio e tu ti avvicini per ascoltarmi, con tutta la buona volontà di questo mondo ma poi finisci per tediarti. Gli occhi ti si arrossano, li spalanchi, sbadigli poi e annuisci per dimostrarmi che (al di là di tutto) mi stai ascoltando ma è lì, proprio in quell'atteggiamento, che io vedo già il tradimento e lascio il periodo sospeso. Quel PERIODO dura da dieci anni e si allunga ogni giorno di più. Si allunga mica solo con te, per carità... Ma con tutti gli uomini della mia vita! La carota e il bastone alternati, mai l'uno o l'altro.
E' tutto lontanissimo, papà (ora ci provo a scriverti... Chissà mai che partendo dall'inizio riesca perfino ad arrivare alla fine). E' lontano il tempo della curiosità come anche quello dello stupore. E' lontano il tempo del batticuore non artefatto, degli occhi lucidi senza collirio dentro, delle lacrime durante l'amplesso perché di Amore si muore. E' lontano il tempo della purezza, del darsi consapevolmente senza perdersi per strada. Sono lontani gli odori dell'infanzia, dell'erba, come della legna bruciata, della vaniglia al deposito della Lindt & Sprungli di Caronno Pertusella, della terra che calpestavo all'asilo e mi veniva voglia di mangiare, della polvere bianca di gesso che ho sempre voluto inghiottire senza mai capirne il motivo. E' lontano il tempo dell'affidabilità, di quel profferire con sicurezza "Tu potrai sempre contare su di me". No!! Io svolazzo pericolosamente tra le rime e gli inganni. Mi vedo zampettare su di una scalinata tutta colorata di rosa, rosso e pesco e ridere sincera per poi, subito dopo, oscurarmi in un pianto. E' tutto vero, drammaticamente coerente ma troppo rapido. La mia vita è una serie di scatti fuori controllo e tu, papà, ci sguazzi dentro incantato e poi addolorato, senza capire. Magari capissi anch'io che cos'è questa cosa qua.
E allora, se ti scrivo, un pochetto meglio mi sento. Meglio per dieci minuti circa finché non mi accorgo di essermi prostituita un'altra volta. Ché se qualcuno legge queste cose si prende il mio succo e poi non ha più interesse a scavare, capisci? E allora non resta che cancellare. Produrre e distruggere subito dopo, abbassando lo sguardo ora ardito ora timidissimo che dice "Oops, l'ho fatto ancora ma rimedierò". A chi credo non lo so.
Caro papà, avrei sperato che fosse più semplice stare al mondo, che non mi fosse concesso di vedere la perfezione nelle piccole cose. A quest'ora mi sarei rassegnata alla bruttura, non è vero? Avrei sposato un uomo superficiale quanto me e niente mi avrebbe ferito.
Niente.