9 febbraio 2015

8 febbraio 2015

Iniziò col prendermi la mano nella sua. La strinse con delicata fermezza. Il suo pollice giocò col mio. Si spinsero l'un l'altro come si faceva da bambini, in una piccola lotta in cui disputare il vincitore, colui che avrebbe schiacciato il dito dell'altro. Era lento ma implacabile quel ballo di mani serrate. I nostri sguardi fissavano la partita come se ne fossero estranei, incapaci di prevederne la futura evoluzione.
L'incrocio degli occhi era tacitamente proibito, forse per rendere del tutto imprevedibile il passo successivo o, più probabilmente, per non dare adito a un teatrino più spinto, fatto di assalti voluttuosi.
Poi i movimenti si fecero più rapidi e artistici e la mia mano sinistra piombò sulla sua scaldandone il dorso liscio. La protesse o la vincolò? Non si sa. Lui sorbì il calore e fece scivolare il palmo sfregandolo contro il mio e quelli, allora, divennero due pance candide e sensibili. Un sospiro scoccò via dalla mia bocca e lui lo raccolse con la rapidità di uno sguardo che si fece subito brace. Così che sfuggì anche a lui la medesima espressione, quella che avrei colto infinite volte negli anni precedenti, la stessa che avrei bloccato con un bacio di quelli che non lasciano possibilità di replica. Così quegli occhi e quegli ansimi si fecero sigillo ed io balzai come una molla, gettando un urlo di spasimo che si mischiò alle lacrime, e piombai su di lui con la disperazione dell'addio. Turbamento sul suo volto, quel silenzio spezzato dalla mia furia. Uno sfioramento di labbra e il rifugio sulla sua spalla. Un animale ferito che nella trappola assaporava un guizzo di vita.
Il momento solenne del reciproco annusarsi. "Rieccoci qua, a Casa" dovemmo aver pensato. L'odore che si annidava ovunque, tra le pieghe della pelle, nel fiato sussurrato della bocca. Sapeva di erba, mandorle e agrumi canditi, come sempre. Il suo profumo mi ricordava le caramelle Rossana, quelle il cui incarto ciclamino mi aveva sempre fatto pensare agli anni '30 e ad una villa ottocentesca dispersa nelle campagne. E cosa avrebbe potuto essere la "Casa" se non un concetto più ampio delle quattro mura in cui ciascuno cresce? Era un qualcosa capace di abbracciare più epoche, frammenti d'immagini appartenenti ad altre vite, non a quella corrente. E lui era questo che incarnava e sentivo che non avrei mai potuto perderlo perché sarebbe sempre andato oltre me, oltre le conoscenze volutamente apprese. Lui sarebbe stato noto ed integro al di là di ogni volitiva consapevolezza.
Sapevo che ciò che provava era una perfetta simmetria e l'osservavo tremare mentre si consegnava a me, con l'eleganza del condannato sul patibolo.
"Sono il tuo schiavo" mi disse, con la testa adagiata sulle cosce e il profilo di bimbo insopportabile alla mia vista. Gli carezzavo il naso piangendo sommessamente, sperando che quelle lacrime potessero liberarlo dal cappio che gli andavo stringendo. Piangevo cercando la forza disperata di lasciarlo.
Quello fu il momento più dolce dopo l'assalto, dopo il divoramento reciproco, dopo le lingue ora morbide ora puntute come dardi. Eravamo capaci di essere la manifestazione vivente degli opposti in uno stesso individuo. Di norma le persone sono abbastanza "omogenee" o, comunque, prevedibili nelle loro esplosioni, siano esse erotiche o rabbiose, ma noi due no. Non avremmo potuto amalgamarci e mantenere a lungo una stessa linea di condotta o  una lieve tinta pastello ... Un secondo prima le fiamme, i movimenti slanciati e l'escatologia del sesso e, immediatamente dopo, la placida tenerezza e il moto ondoso del cuore. Mai una banale fusione o una preponderanza di una spinta sull'altra.
Avremmo potuto tollerare di perdere per sempre questo dualismo privo di sfumature, questa comunicazione immediata e profondissima? Tentavamo di concepire l'idea e subito i nostri volti si rigavano di lacrime.
"Qualsiasi cosa accada, tu non dimenticarmi mai" mi disse il mio giglio, quell'eternità che passeggiava per il mondo con le sembianze di un ragazzo qualunque.

Sleeping

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