24 aprile 2013

Mean Bean

E ricordo quel giorno in cui passai a prenderti a lavoro per stare più tempo possibile insieme. In trepidazione come quando si deve rincontrare il proprio amato. Il tuo abbraccio odoroso, di quella pelle così diversa dalla mia, pregna di ruvidità sparse e di amori duraturi. La tua altezza inferiore alla mia per far scendere i baci sulla stessa linea della tua fronte curva e orgogliosa. Noi che c'incontravamo in tante espressioni fino a sembrare sorelle ma che ci perdevamo nella freddezza geometrica dei tratti. I nostri periodi sospesi tra occhi e bocca.
Ti conducevo a casa mia per trovare una tregua artificiosa all'afa estiva e per far sì che il mio pianoforte avesse una precisa collocazione di senso. Lui incontrava le tue mani affusolate ed io lo sapevo felice come mai sarebbe stato con me.
Avvolta dalla penombra della sera e dalla luce sensuale ed intima delle candele, ti fiondavi sulla tastiera eseguendo te stessa, per la prima volta. Io prendevo tutto questo come un uomo vissuto si prende una vergine ma non sapevo che sarebbe stata la prima volta e anche l'ultima. E così, da quel giorno, considero che ogni incontro potrebbe non avere un seguito e la disperazione della consapevolezza fa sì che tutto sia più solenne ed ebbro di vita.

Mi ci è voluto quasi un anno per sistemarti qui, sulle mie carte... Ora che non conosco rabbia ma solo nostalgia.


18 aprile 2013

Spring

Il posto nel mondo, la sconosciuta pace.
La sola inquietudine ch'io conosca è quella di quando ti aspetto trepidante.
Ma è un'inquietudine bella, antica e vivida. Somiglia a quell'adolescenza che non ho mai avuto.
Tu me la offri su un piatto d'argento, come se fosse poca cosa ed io me la prendo senza troppi complimenti e torno giovane dentro, senza imbarazzo.
E' difficile fermare la felicità. Le parole non scivolano automatiche come quando si è tristi e il sentimento, simile all'acqua, incombe sul limite estremo del bicchiere e ne puoi sentire il pelo poggiando il dito su quella precarietà. E allora ti chiedi se sia il caso di riempire educatamente il bicchiere evitando ogni impercettibile vibrazione o trasbordare rumorosamente. La tristezza si accompagna alla seconda azione mentre la felicità è discreta come una signora per bene o come un tuffo senza schizzi.
Ed io resto qui a poggiare una mano sullo sterno e gioisco constatandone la leggerezza, l'assenza di quel dolore così noto fino a un pugno di mesi fa. Ho snodato le emozioni negative e loro, finalmente libere, sono volate via da me, come farfalle colorate. Tu, in quello spazio nuovo, hai piantato alcuni germogli e loro continuano a crescere sotto la tua sapiente mano di giardiniere e custode.
Perché io voglio davvero essere la tua Primavera.

8 aprile 2013

What can I do?

Dolce e stupenda Valentina,

Ascolta quello che senti e non camuffarlo. Non addobbarlo, non condirlo, non metterci il cerone sopra, il rossetto fiammante della Mac. Lavalo, dagli una spruzzata di acqua di rose al massimo e odoralo. Cerca di vedere quel che resta perché quel che resta è quel che c'è per davvero.
Sii gentile con te anche se hai sbagliato per l'ennesima volta. Passa davanti allo specchio e sorriditi... Se gli altri ti dicono che hai la risata contagiosa, vuol dire che è vero.
Probabilmente il tuo accanimento dipende dal fatto che sei orgogliosa e non tolleri i passi falsi. Non capisci come tu possa esserti ingannata... Eppure ti amavi tanto (o era solo un'auto convinzione?)
E' da qualche tempo che ti sei annullata per lui, dimenticando gli altri, tutti quegli altri che non vedi perché hai il collo bloccato in una direzione sola. Libera le ossa, snodale con delicatezza e vedrai che il sole c'è, anche se sta piovendo per l'ennesimo giorno consecutivo di questa primavera finta. Oh, ti prego, Valentina... Togli quella  benda nera dai tuoi occhi incommensurabili! Hai sempre invidiato le persone superficiali che non sanno sentire... Smettila e pensa che tu puoi vedere oltre, che ti è stata data questa possibilità e che puoi fare qualcosa! Tanto non puoi "superficializzarti" a tuo piacimento, ok?

Guarda in faccia le cose e scegli. 

Buona fortuna, cara mia...



5 aprile 2013

Tre donne

Vorrei che questa tastiera non mi obbligasse a scrivere. Vorrei che fosse quella di un pianoforte e che le mie emozioni si traducessero spontaneamente su di essa. Perché scrivere non è per nulla facile.. E' come obbligarsi a sputare fuori il rospo. Ci sono invece delle azioni che ci consentono di sfogarci senza che ne avvertiamo la pesantezza... Suonare, ballare, fare l'amore. Sì, ora io farei l'amore e probabilmente piangerei questo senso d'insonnia interiore.
Mi sono appena obbligata a telefonare a mia nonna. Ho preso il cellulare con la sua povera carica vitale e ho composto il numero a memoria. Lo conosco da che ho dieci anni. Ha risposto la sua badante rumena che me l'ha subito passata senza chiedermi il nome. Ha detto "E' la nipote" ed io, mentalmente, l'ho ringraziata per questa negligenza non voluta perché sognavo (IO SOGNAVO) che lei mi riconoscesse dal timbro. Avevo bisogno di metterla alla prova.
E' da ieri sera che voglio chiamarla da quando, cioè, mia sorella mi ha informato del fatto che sta perdendo la ragione. Mi sono svegliata male, come ogni mattina ultimamente. Ho Saturno contro e un numero imprecisato di altri pianeti. Ma io non ce l'ho con Saturno... Ce l'ho col Sole perché non viene qui a scaldarmi e mi obbliga a sostituirlo con il mio fidanzato che non può supplire a tutto quanto. Non posso chiedergli anche questo e infatti me ne resto qui, remissiva e paziente come sempre, fingendomi quella che non sono, per aspettare la vita che non arriva mai insieme al tempo. 
Ho afferrato il cellulare dopo mille contrattempi finti, senza passare dalla "preparazione psicologica" e mi sono gettata a capofitto in quell'impulso. Se c'è una cosa che non sopporto è proprio essere preparata psicologicamente e questo perché la spietatezza del male ci coglie sempre impreparati. Cambia il momento ma non il fatto, per come la vedo io.
Nonna ha risposto con una voce molto affaticata ed io ho cercato di mostrarmi più ilare che mai. Lei, però, non mi ha riconosciuta e mi ha chiesto chi fossi. Le ho risposto che ero Valentina ma non ci sono rimasta male perché ha tante nipoti femmine. Ma più la telefonata andava avanti e più le sue frasi si diradavano nel senso logico, come quando butti la pasta nel colapasta e l'acqua esce tutta fuori: l'hai buttata là dentro apposta ma una parte di te non tollera quella perdita.
Nonna è stata ormai informata del fatto che vivo a Bologna da sola ma ha continuato a chiedermi "State tutti bene là? A mamma, u papà?" omettendo mia sorella, con quel fare da disco registrato che noi giovani non possiamo sopportare. E quelle benedizioni... Quel rosario infinito di celebrazioni religiose ripetute a chiunque, invariabilmente. Ho cercato di riportarla alla realtà specificando che vivo a Bologna, lasciando perdere il linguaggio "facilitato" che si usa agli anziani, nel disperato tentativo di metterla al mio stesso livello cerebrale, con quella presunzione sciocca che fa parte di me e che innervosisce enormemente mia madre. Nonna ha iniziato a non capire più nulla. Le ho chiesto se avesse parlato con mio papà e lei "chi? Chi è papà? Ah? Papà chi? Cosa?" silenzio. L'insopportabile silenzio di chi vaga bendato in un deserto e non trova nemmeno un albero su cui sbattere la testa. Eccola lì, brancolare nello spazio vuoto dei suoi nuovi giorni privati della memoria. La sua primavera senza alberi. Ed è su quel silenzio che cerco di riprendere fiato e di darmi un tono ormai mutato dal groppo in gola che si è inesorabilmente aperto con la deglutizione maledetta. La mia voce cambia senza che lei se ne accorga. Le lacrime scendono a fiotti man mano che realizzo il mio fottuto immobilismo, questa incapacità di organizzare la partenza per andare a trovarla. Sento che non posso farcela da sola, che la debolezza mi fa temporeggiare oltremodo, fino a farmi cadere vittima dell'ostruzionismo. Nonna non sente che sto piangendo. Nonna non sente nulla... Riparte la sua insopportabile nenia e mi chiede se voglia parlare con Maria che è lì con lei. La Madonna o la badante? Io stessa non so più nulla. 

Ci siamo noi tre in quello spazio grigio vuoto: Nonna, Maria e me. Già.

"Ciao Nonna, tieni lo spirito alto, mi raccomando!"

"Cosa?"

"Lo spirito alto!!" La imploro 

"Lo spirito? Quale spirito?"

"Ciao, Nonna."

Sleeping

Sleeping