14 aprile 2026

Jonathan amore mio, che ti ho avuto addosso un mese esatto fa e di cui non ritrovo più alcuna traccia sulla pelle ed in bocca, quanto ti picchierei per non darti la condanna dei baci. Quelli sì che fanno male. 


17 dicembre 2025

Ella se fue

L'amara verità è questa, mia dolce Valentina. Le persone non compatiscono e non parlo affatto dell'errata connotazione che viene data a questo verbo. Io parlo della sua origine, della sua incantevole etimologia, ossia la possibilità di "patire insieme". Ciascuno talmente preso dal proprio dolore da non tollerare minimamente l'eventualità di accompagnare anche quello di qualcun altro. E va bene, va bene così. Le persone si rompono come le cose, specie in questo tempo di materialismo spesso. Tutti veniamo trattati come cose e, conseguentemente, sostituiti alla prima crepa, con buona pace di tutto quel che c'è stato, degli attimi di quell'osannata perfezione che, talvolta, siamo in grado di restituire davvero. Ma quella flebile perfezione non è sufficiente ad operare il kintsugi. 

Vedo una distesa di cocci colorati ed altri grigi sul pavimento, come se il grigio non fosse esso stesso un colore. Alcuni sono di fattura impareggiabile, potrebbero valere migliaia di euro se ricomposti opportunamente ma ci sono pochi artigiani a questo mondo, oppure il coccio è talmente affezionato alla sua natura rotta da non tollerare di unirsi ad un coro. Vorrebbe semplicemente esistere per quella che è la sua natura di coccio, lontano da mani gentili e da altri compagni dalla storia simile. L'oro salvifico lo imbarazza e resta lì, col suo specifico ed invisibile oro dentro. Ora so di essere questa cosa qui e suppuro il male a suon di musica sopraffina e candele profumate. 

12 dicembre 2025

久しぶり です

Cinque anni, quasi sei che non entro davvero qui. Sono passata, qualche volta, a gettare uno sguardo distratto alla mia anima, come se fossi aliena a me stessa, come se queste pagine non mi appartenessero realmente. Mi sono commossa da sola a cogliere tutta la passione e la disperazione cieca della mia antica me e ho chiesto ad un interlocutore invisibile di farmi tornare al cuore delle cose, a quel cuore mio così tormentato e vero. 

E' stato complicato anche solo riaccedere ad un indirizzo email che non usavo da sette anni e riappropriarmi di questi spazi, di quello che era internet fino a qualche tempo fa, prima dell'avvento di Facebook e di Instagram, prima di avere quell'esasperata necessità di riassumere tutto in poche righe. Quando abitavo questi spazi, non m'importava nulla di essere vista o che qualcuno commentasse. Mi placava il semplice fatto di rileggermi e trovare una custode in me. 

Entro qui e mi sento come a casa, come Esteban Trueba de "La casa degli spiriti" quando da anziano mette piede nell'amata tenuta "Las Tres Marías". Ammiro la scelta cromatica di questo blog, i quadri scelti, le musiche, i font e trovo che sia tutto accogliente, delicatamente sensuale e, al contempo, oscuro. Questo "non posto" mi somiglia davvero molto. Capirai, sono io!

Sono sempre io, pur alle porte dei quaranta...

Beh, non è cambiato nulla: sono sempre il solito, encomiabile casino. Solo, più saggia e meno precipitosa di far finire i rapporti con la parola sbagliata. Quantomeno ho imparato a contare, anche se la matematica m'è sempre andata stretta. Da un lato mi chiedo, però, se questa saggezza travestita da calma non sia in fondo una piccola morte interiore, un volontario bisogno di non pretendere più nulla da sé e dagli altri, lasciandoli andare via senza tentare più il tutto per tutto. 

Che forse abbia finalmente imparato a lanciare la palla agli altri? A dire "Lo sai chi sono e quanto sono capace di fare. Ora fammi vedere qualcosa tu", assumendomi il rischio di assistere al nulla.

Sì, credo sia questo: accogliere l'eventualità che l'altro non muova alcun passo e che io neppure ne muova alcuno, senza inutili patimenti, aggrovigliamenti dell'anima. Accettare compiutamente che le cose abbiano un termine anche quando le si credeva infinite. 

29 gennaio 2020

Sono fasi.
Questa è la peggiore. È quella più difficile. È quella in cui mi squarterei da sola per non aver più stracci di pelle addosso. Ho sognato le dita dei piedi amputate. Una pozza di sangue ed i miei piedi monchi sul bidè. Quel disastro senza anestesia l’avevo compiuto io. Ho pianto. Ho pianto tanto da trapassare il sogno e poi ho pianto per altro, ho pianto per lui. Lui non c’è eppure mi prende ancora. Mi scopa senza arrestarsi mai ma questo mio sangue che esce fuori dalla mia fica non fa che spingerlo fuori.
Sono fasi. Piango il lutto di buttarlo fuori da me. Ma io, ma io... ma io lo voglio ancora, dannazione. Lo voglio ancora. Lo voglio ancora e invece non posso. Non posso nemmeno dirglielo. Devo stare calma e basta.

Lo abortirò con questo ciclo, insieme agli ormoni. Sarà un tempo di pulizia, di silenzio dopo tutto questo baccano e lui tornerà solo allora, quando avrò nervi saldi. Tutto ciò che ora non trovo da nessuna parte se non in lui e nella sua straordinaria autodisciplina.
Ascolto “La lontananza” che spietatamente la mia riproduzione casuale decide di farmi ascoltare. Sto scendendo le scale di corsa e ho l’espressione sconvolta che non sa se ridere o se piangere. Si perde in un miscuglio strano, forte, intensissimo e demente. Incontro gli sguardi increduli dei passanti e mi chiedo cosa mai sia quel delirio che scorgono su di me. Per me è chiaro, sono io dentro me. Sono ancora io o c’è lui? C’è anche lui. Traballo perché non riesco a gestire me stessa, figuriamoci che qualcun altro mi stia dentro e con questo fare così ingombrante, poi.
Allora vorrei solo tirarlo su con queste mie braccia potenti e scaraventarlo lontano lontano, fuori di me. Lontano, in una steppa arida e senza senso. Vorrei che si cercasse un altro posto, insomma, che non sia questa mia frastagliata anima limitata da contorni procaci.
Vorrei starmene sola veramente, senza essere strattonata di qua e di là, senza avere la chiara percezione del sangue che piuttosto che scorrere, s’impegna a schizzare e sembra quasi che urli. Che urli quanto me in quei momenti in cui non sono più io eppure sono me stessa al massimo. Così tanto da non trovarmi più dopo, quando tutto è finito e di lui, di quell’uomo, mi restano solo le impronte.

1 settembre 2019

Caro nonno,
che posso dirti? Io faccio una gran fatica a parlarti, a trovarti e a sentirti. E' come se ti deludessi quotidianamente, come se le mie perversioni ti mostrassero qualcuno che non conosci veramente. Lo sai che sono abituata ad immaginare che i morti siano sempre attorno a me e che mi guardino costantemente ed ora che mi vedi donna, non so se ai tuoi occhi sono ancora la nipotina di sempre. Io ti piango poco, nonno. Mi comporto come se tu dovessi tornare a casa e quando Daniela o la nonna o la mamma ti piangono, sento tutto lontano, come se quel dolore non fosse davvero mio. Forse ti vedo vivissimo dentro tua moglie, perché vi siete mischiati così tanto da diventare la stessa cosa. Ma il mio cuore è in sordina e va a tentoni, si difende come può dall'enormità della perdita. Forse nonno ti cerco ovunque, anche dentro di me, nella tua parlata, nell'ironia che mi hai appiccicato e ti cerco continuamente dentro Stefan, appellandomi al fatto che i vostri nomi inizino con la stessa lettera. Ti cerco nella saggezza quotidiana, nell'ironia geniale e a volte ti rubo quel sorriso calmo ed intelligente che mi placava come il tuo abbraccio.
Forse non è vero che non ti sento. Non è detto che questo passi necessariamente dalle lacrime o dal sogno. Ciascuno trova la propria espressione della perdita e la mia, evidentemente, è quella di portarti in giro, di eternarti parlandomi da sola di te. E se avrò un figlio, imparerà ad amarti attraverso me che ti porto qui, dentro me.

26 luglio 2019

Dell'amore e d'altri demoni

Sono qui per buttare fuori un po' di frustrazione.
Io ci provo anche a non essere insistente, opprimente e a non pretendere nulla ma purtroppo non ce la faccio. Ho bisogno di essere seguita, che l'altra persona abbia piacere di sentirmi. Invece sembra che questo desiderio lo provi soltanto io.
Il 15 agosto devo andare a Budapest per "amore" ma lui sparisce periodicamente, a quanto pare preso dagli impegni assurdi che ha.
Però io non ci credo. Lo vedo connesso su tutti gli altri "canali" tranne il nostro che è Viber. Penso che lo faccia apposta per non avermi tra i piedi, per non dovermi rendere conto ma a questo punto mi chiedo... Che senso ha?
Si ripresenta sempre questo cazzo di problema in cui io mi sento rifiutata e lui ha bisogno dei suoi spazi. Io lo trovo egoista mentre per lui è normale non chiedermi nemmeno come stia a fine giornata.
Ed il punto è che non posso cambiare questo stato di cose.. Lui è così: quando "torna" è una meraviglia ma quando non c'è, mi sento abbandonata e ai suoi occhi debbo tanto apparire come una che passa il tempo ad elemosinare affetto od attenzioni e che non ha una vita propria.
Io la mia vita ce l'ho ma sono anche un'inguaribile romantica ed il mio uomo rappresenta la nota dolce di una giornata fatta perlopiù di responsabilità. Probabilmente vedo nel compagno la mia isola di evasione da qualcosa che è troppo ingombrante ed il fatto che io non sia lo stesso per lui, vale a dire un qualcuno con cui camminare, mi rende profondamente triste.
Ci sono troppe cose che non capisco e, quando gli chiedo spiegazioni, lui mi sbologna sempre con un bel "Cara, leggi! Le risposte sono nei libri. Io tutto quello che potevo dirti te l'ho detto".
E sì, mi sento penosamente SBOLOGNATA.
Vorrei solo che prendesse una posizione chiara, da una parte o dall'altra ma che fosse chiara. Ma lui è una Bilancia e questo polso non ce l'ha affatto. Ha tantissimi pregi, per carità... Ma non questo.

La parte "cazzuta" della coppia sono sempre io. E questo non vuol dire certo che io sia forte... Sono solo la parte decisa, quella che parla, che cerca un qualsiasi tipo di riscontro. Sono la parte che prega e sogna in virtù di una concretizzazione reale. Ma se questo proviene solo da me, c'è qualcosa che non va. E non è cattiveria o indifferenza da parte sua.. E' solo differenza, scusando il gioco di parole. Io posso solo arrendermi all'evidenza di ciò che sono e sento. Come dico sempre: posso cambiare le mie azioni ma non i sentimenti o le emozioni.
Lui mi dice "per te ci sono sempre. Vedi che se mi cerchi, io ti rispondo sempre con piacere?".
Già, questo è vero, nessuno lo mette in dubbio. Ma a me sta bene? Quanto mi fa soffrire da 1 a 10 questo fatto che da lui non parta l'iniziativa e che non sia mai vulnerabile? Che non mi dica mai "Avevo bisogno di sentirti perché mi manchi"?
Nel momento stesso in cui lo scrivo, mi rispondo già.
Perché pretendere da lui manifestazioni che non fanno parte della sua natura? E allora anche io sono egoista a forzarlo ad essere qualcuno che non è.
Al contempo, però, mi sembra di accettare le briciole o di dover fare sforzi sovrumani per non scoppiare in ire furibonde o attacchi di gelosia nevrastenici.
E, indubbiamente, questo è un grandioso spreco di energia. E' come se dovessi contenere sempre la mia passionalità per non spaventarlo e perderlo. Questa sua repulsione verso il sesso mi lascia molto perplessa e mi fa sentire come se fossi l'allupata di turno e invece ritengo che il sesso sia una via di comunicazione straordinaria e fondamentale, un modo per conoscersi a fondo e per sbloccare la parola. Lui, invece, è talmente attaccato alle teorie di S.N. Lazarev da non riuscire più ad accettare che certe spinte siano naturali e che contrastarle con questa violenza equivale, comunque, a farsi violenza! E' vero che (pur volendo) non possiamo consumare per via della distanza... Però sono le sue idee sull'argomento a spaventarmi. Forse ha una visione troppo strumentale del sesso, come se servisse solo ed esclusivamente a riprodursi e non come una via di comunicazione profonda col partner. E quando cerco di restituirgli la mia visione, s'innervosisce e cambia discorso.
A causa del suo vissuto drammatico, comprendo che ha un effettivo terrore di lasciarsi andare alla tenerezza ed alle emozioni in genere. Fintanto che mi trovavo sulla nave, riuscivo a smorzare un po' questo suo terrore con il mio amore, con la dolcezza e la passione ma ora sono quasi passati tre mesi dal nostro distacco e le conseguenze sono pesantissime.
Ciò che mi ritrovo perlopiù a vivere è un senso di assurdo e di grande distanza emotiva che mi porta ad una sorta d'indifferenza verso ciò che potrebbe accaderci che si accompagna, paradossalmente, ad un sentimento di disperazione totale all'idea che finisca anche questo strano legame che c'è tra di noi. La serenità, insomma, non è mai contemplata e non appena mollo la presa, lui torna da me con le migliori intenzioni e mi convince a sperare di nuovo. Poi io volo troppo in alto, lui lo nota, si spaventa perché sente che il mio buon umore dipende da lui ed io chiudo il cerchio col senso di abbandono che provo non appena non risponde come e quanto vorrei alle mie esternazioni.
Naturalmente questo schema malsano che si ripete di continuo mi provoca una stanchezza enorme e non so dire fino a quanto e se durerò. Passo la maggior parte del tempo a tranquillizzare me stessa, ad obbligarmi a credere in qualcosa di più alto ma mentre faccio questo, non posso evitare di sentire che non sono questa persona che mi convinco di essere per convenienza.

L'unica cosa che posso fare è cercare di concretizzare l'idea dell'insegnamento. Se davvero andasse in porto potrei riprendere in mano le cose che ho lasciato in sospeso e che mi giovavano tanto: psicologa, yoga, canto e nuoto.
Di sicuro la creatività è l'unica via che io conosca.

3 ottobre 2018

Mia dolce me, è da tanto che non ci vediamo, vero? Oggi mi rivolgo a te perché, manco a dirlo, non sto tanto bene. Sono parecchio in ansia perché vedrò Anna Valdetarra, la mia nuova potenziale insegnante di canto e non so bene come mai ci stia andando dato che il canto, ormai, l'ho preso in giro parecchie volte con tutti i miei mille ripensamenti. Ma prima di darmi per vinta, voglio vedere che cosa ne pensa lei di me, perché per troppo tempo mi sono affidata a Simona e mi serve un ulteriore parere ed un'eventuale spinta a lottare.
Sono molto giù per mia sorella e la verità è che ho pena di lei. In fondo penso che sia questo il sentimento che vuole incutere nelle persone, altrimenti non si comporterebbe così. Io mi comporto come se fossi diversa da lei, una persona "salva" e, in qualche modo, superiore. In fondo me lo fa credere così tanto che ormai ho preso anch'io a vedermi così. Quando me ne rendo conto, però, mi sento un mostro asettico, che pensa solo a sé e cerca banalmente di tracciare una netta linea di demarcazione per differenziarsi da chi non stima.
Adesso io sto così e, come avrai capito, sono molto arrabbiata con lei che mi restituisce questa immagine altera, arrogante, illusa e... Sola di me.
Ma se sto così e se mi sono svegliata col collo dolorante è perché, in realtà, non riesco a fregarmene. Sto lasciando che questa mattinata faccia sostanzialmente schifo e che il senso di colpa e di impotenza mi macchino il cuore.
Le ho mandato un video dei Placebo, "Song to say goodbye" perché non saprei come spiegare altrimenti il mio stato d'animo. Anche se sono più piccola di lei, ho l'impressione di doverla trascinare da tutte le parti, di dovermi prendere cura di lei manco fosse autistica, come l'adulto di quel video straziante. So di averle inferto un duro colpo ma sono stanca di ascoltare il suo dolore quasi che io ne fossi esente... Quasi che io non soffrissi. Avrei anch'io bisogno di essere ascoltata e scossa da qualcuno che non sia me stessa. Ma tant'è: lei, come quasi tutti, pensa che non mi manchi nulla e che sia tutto a posto. Ecco che, dunque, ho deciso di ferirla con quel video perché tutto il bene e le attenzioni che le ho dato, non sembrano aver sortito alcun risultato. Solo una momentanea gratitudine. Come se me ne facessi qualcosa, di questo sentimento... Come se il mio non fosse un ennesimo, disperato tentativo di dirle che anche lei può fare altrettanto. E invece no. Ciò che io faccio (che sia una torta di compleanno, un piatto cucinato con amore, una battuta scema per strapparle una risata) non agisce da sprone ma da "non sarò mai brava quanto lei. E' una questione di carattere ed io sono nata sfortunata". Questo è il suo fottuto pensiero ricorrente: uno sbatterle in faccia la sua inettitudine.
E allora che fare? Mi viene da dire che debba smetterla di fare cose per lei, in modo che non mi metta sempre su quel fottuto piedistallo. Mi vien da dire che prima o poi tirerà fuori le sue virtù perché nessuno lo fa al posto suo. Ma non è così, anzi... Va sempre più giù, fino ad un fondo non quantificabile. E tutti noi, intorno a lei, ci sentiamo schifosamente inutili e senza speranze.
Cara me, io non so più che fare. Non so cosa inventarmi per darle uno scossone.
Sinceramente credo che per ora la lascerò nel suo brodo ed io resterò nel mio, a leccarmi da sola le ferite che m'infligge quotidianamente. Non ho le forze, in questo momento, per sostenere il mio carnefice.

20 luglio 2017

Ma in fondo che importa?
Chiudo tutto e non do conto a nessuno. Non ne vale la pena. Tu te ne sei andata ma sei qui e spero che mi aiuterai a capire perché attualmente sono una mina vagante che anela al Buddhismo e all'astrazione. Vorrei che tutto mi attraversasse senza lasciare traccia. Siamo sempre noi quelli che autorizzano il bene come il male ed io che consigli posso dare? Sto zitta e basta, ciascuno responsabile di sé stesso. Aria fritta nella testa, mi ascolto blaterare senza sosta mentre cerco di acquisire un qualche ascetismo che mal si confà al mio erotismo. Oh cazz, ho fatt la rima!
Metodicamente posso consolarmi e dirmi questo:
Io sono stata chiara nell'esporre il mio interesse. Ho fatto passi sostanziali. Ho provato a far giocare la palla a lui  ma sembra caduto dentro un pozzo e non può uscire. Sai cosa? Non posso nemmeno aiutarlo ad uscire. Deve arrampicarsi lui oppure imparare a chiedere aiuto in maniera sana. Allora, in quel caso, una corda gliela getterei più che volentieri. Ma fino a quel momento che forse non arriverà mai, io sarò pur libera di farmi i cazzi miei?
E quali sono i cazzi miei?
Bisogna ponderare bene giacché fra pochi mesi Giove sarà in opposizione...
Posso studiare ed attendere le vacanze. Finite le vacanze ci penserò attentamente. Ora, se non vi dispiace, mi lascio vivacchiare in qualche modo, senza pathos alcuno perché di recente ne ho avuto troppo.
Troppo dolore e sono stravolta. Ci sta che mi riposi un po' e poi il Toro ha il problema di essere troppo indulgente con sé stesso, oltre che fondamentalmente pigro.
C'è gente che, comunque, è conciata peggio di me ed io mantengo inalterato il mio lustro. Sembro sempre attiva e buona, forse troppo. Ah-ah.
Tu te ne sei andata ed il mondo è diventato ancora peggiore di quanto non sia.
Il rischio è che mi perda anch'io, che alla farsa nessuno creda più. Ma che m'importa del parere di chi non stimo?
Boh, ciao.

21 aprile 2017

Tu vivrai

Amica mia,

Sono i giorni del martirio, per te. Sono i giorni che precedono un nuovo calvario da cui non sai nemmeno come uscirai e se ne uscirai.
Io come faccio a starti vicino senza crollare? E' da giorni che una frase mi tormenta la testa: "I wish I was your mountain". Vorrei infatti essere qualcosa di enorme e forte che ti protegga dai venti ostili che soffiano su di te. Vorrei essere una barriera capace di tener fuori quel che è dannoso per il tuo esile corpo stupendo. Quel corpo che ho visto personalmente mutare a Lucca l'anno scorso, quando tu ti sentivi strana e non capivi come mai quella pancia fosse tanto gonfia. Tuttavia affrontavi il malessere senza dargli troppa importanza e ti buttavi come sempre a capofitto nella vita, piena di passione e temerarietà.
Io non ho mai conosciuto una persona più forte di te, una Donna tanto contagiosa nel temperamento ed ora questo mostro che ti alita addosso mi pare tanto il ritratto di un uomo violento, di quelli che annientano il corpo perché non possono farlo con lo spirito. Dimmi che potremo dargli l'ergastolo e tenerlo lontano da te per sempre, senza condizionali.
E' da quando mi hai detto che lui è tornato a tormentarti che non ho più pace e da un lato ringrazio che tu viva a Bologna perché così posso nasconderti le lacrime e la rabbia che mi affligge pensando a chi è stato responsabile di quanto ti accade. Metto insieme i pezzi e comprendo che il tuo male è una naturale conseguenza dello sfacelo che hanno creato gli uomini col nucleare, quando tu ti apprestavi a muovere i primi passi nel mondo. Ce ne ha messi di anni a palesarsi, vero?
Tra tutte le domande che mi perseguitano, c'è sempre la solita: Perché tu e non i Putin, i Kim o i Trump del Mondo? Perché la lezione devono capirla quelli che la conoscono già e non i poveri di spirito?
Ma in fondo, anche se ottenessi le risposte, non muterebbe il tuo inferno personale.
In questi giorni sto cercando di piangere tutte le mie lacrime perché spero di arrivare "asciutta" domani, di esserti di conforto, di farti ridere. Piango io ma tu, allora, cosa dovresti dire o fare?
Chissà dove vai quando poi resti sola...
Sapessi quanto mi detesto ogni volta che piango quasi come se avessi già perso tutte le speranze. Penso che accada perché è umana l'abitudine di "prepararsi" al dolore. Peccato che la preparazione stessa ne sia ricca e che non prevenga da nulla
E allora sai cosa ti dico, Amica mia stupenda? Che mi sono sfogata abbastanza e che da adesso convertirò l'energia che ho sprecato lagnandomi in qualcosa di magico, qualcosa che esca da me e arrivi direttamente alle tue cellule e che si tramuti in luce capace di ridere in faccia a quello lì.
Perché siamo sempre state magiche e dobbiamo esserne coscienti.

Sleeping

Sleeping