"Amica mia, a me non basta il tuo corpo. Io ho bisogno che esso parli attraverso questi occhi. I tuoi lo hanno straziato e denigrato con la loro autocritica.
Svestiti. Solo così, guardandoti con i miei occhi, saprai entrare nelle acque profonde del tuo lago ed immergerti come ci si immerge nella morte.
Non ti sto parlando di un nudo esanime. Ti sto parlando dal di dentro, come se io e te già fossimo in comunione col mondo.
Amica mia, ho conosciuto molte donne. Ne ho amate di poche.
Non sono qui per circuirti o per succhiare il tuo nettare gettando via il fiore. Ti ho solo chiesto di darmi i tuoi occhi e di arricchirli coi miei.
Ho solo chiesto, ancora, di possederli, non fosse altro che per una frazione di secondo, quella magica frazione in cui è custodito il mistero del mondo.
Non voglio il vuoto di un’altra modella. Voglio il tuo vuoto, perché solo esso mi parla dall’alto della sua pienezza.”
A quelle parole si sentì mancare.
D’altra parte che cosa attende una donna se non che essere adorata come una statua greca?
Lui forse non sapeva, o forse sapeva troppo.
L’immagine che Anna aveva di se stessa non era certo benevola.
Mille uomini l’avevano desiderata fino a ritrovarsi ad amarla, senza che lei nemmeno lo avesse richiesto. Detestava questo meccanismo di “causa/effetto” e si impegnava costantemente nell’arte di complicare il pane. Nulla le riusciva meglio.
I dinieghi erano direttamente proporzionali agli innamoramenti dei suoi “quasi amanti” e lei pativa un’enorme sofferenza ogni qualvolta la profezia si riavverasse.
Si sforzava dunque di assumere l’atteggiamento lagnoso di tutte quelle donnine incredibilmente prevedibili che aveva sempre disprezzato.
Ma non c’era molto da fare. I suoi inganni non erano premeditati, così come quelle pungenti verità che assumevano le forme di cappi per i più…
Anna era un uomo, in fondo. Succhiava il nettare gettando il fiore non appena fosse paga.
Ecco perché si era stupita, trovando in quell’uomo la sua stessa perversa fame (questa volta) impagabile. Lui, di fiori, ne aveva gettati anche troppi. Conosceva l’arte segreta della bella parola e adorava incantare coloro che ne subivano il medesimo fascino.
Lui era una lei e lei era un lui.
Anna ricordava con nostalgia i giorni in cui aveva saputo amare qualcun altro diverso da se stessa. La vita è crudele per chi è esposto al dramma litanico di dover ricordare.
C’è chi dimentica.
C’è chi ricorda e non perdona.
E poi c’è chi ricorda tutto fingendo di dimenticare.
Anna apparteneva alla peggiore tipologia e sono certa che voi stiate pensando che si tratti della seconda. Invece no… Il male che deriva dal non perdono è un dolore violento solo per chi non riceve l’assoluzione.
Quelli come Anna, invece, si portano dietro l’ulteriore colpa di fare la parte dei nobili d’animo. Non avete idea di che vergogna si provi ad essere ben voluti da tutti senza meritarlo…
Non avete idea di che pena sia portarsi dietro il fardello della sensibilità.
Stefano era gobbo per la stessa identica ragione. Chissà perché tra pazzi ci si riconosce sempre.
Egli, incrociando lo sguardo di Anna, aveva intravisto il suo stesso cinico fulgore. L’aveva odiata per questo.
Stefano voleva ritrarre Anna nella sua più totale nudità. Aveva promesso da subito di essere professionale sapendo di esercitare un fascino potentissimo su di lei, che era abituata a dichiarazioni d’amore plateali e vuote.
L’inappuntabilità del comportamento di Stefano fece sì che lei non lo eliminò troppo velocemente dal suo giro d’azione.
Stefano percepiva l’inconcluso di Anna. Ora lei giaceva nuda ai suoi piedi attendendo di capire chi fosse. Non si era tolta nemmeno un indumento. Era stata nuda dal primo momento in cui lo aveva incontrato.
“Amica mia. Tu hai un inconcluso da risolvere ed io ti aiuterò a raggiungere quella consapevolezza di te che pensavi di non possedere.
Lo sai che sei nuda, vero?”
L’ammissione di Anna fu come sempre immediata e brusca. Molte persone non capivano questo suo atteggiamento. Lo ritenevano “poco delicato”… Ma lei non aveva nulla da perdere. Non aveva tempo per i modi misurati.
Era un Cesare che pronunciava a se stesso “Chi mi ama mi segua”.
La complicità con Stefano era tale che non dovette nemmeno spiegargli cosa si celasse dietro quel “sì” pieno d’ira ed orgoglio.
“Anna. Sei una ragazza fantastica. Se non fossi pazzo mi prenderei perfino cura di te. Hai mille cassetti da aprire e so che un giorno mi consegnerai la chiave di ognuno di essi. Perché ora non ti spogli?”
Anna, dietro la sua espressione fredda e distaccata, custodiva un incredibile senso di pace. Un senso che non aveva mai trovato. Per una volta era rimasta interdetta e non sapeva cosa rispondere.
“Non posso spogliarmi perché sono già nuda”
“Io desidero vedere il tuo corpo nudo. Non ti sfiorerò nemmeno con un dito se non lo vorrai. Tu devi ritrovarti”
Anna lo osservava con espressione ora costernata. Non poteva nascondersi. Non poteva sottrarsi, perché lui aveva ragione. Rappresentava realmente la Chiave.
Rimase muta ed impassibile.
“Anna, non voglio forzarti. Ora me ne vado ma sappi che ti aspetto”.
Era la prima volta, la prima volta che qualcuno l’aspettava come lei desiderava essere aspettata! In silenzio, anche per una vita intera, senza farle pesare i suoi stupidi tentennamenti di fronte alla felicità.
Fu lì che trovò la forza di lasciarsi riempire dai sensi di quell’uomo nuovo e sempre conosciuto.
Divenne la sua modella, fatta di anima e corpo. Un corpo agli occhi di lei imperfetto. Un corpo che camminava a passo lento verso la via dell’accettazione, quella più intima e temuta.
“Anna, porta sempre con te l’inviolabilità del Corpo e ricordati che ti amo”
