30 agosto 2016

Uffa

Trent'anni e non capire le persone. Ancora.
Trent'anni e non sentirsi capiti dalle persone.
Manco ne avessi dodici, di anni. Manco mi affacciassi all'adolescenza con tutti i dubbi che questa si porta appresso. Non è sbagliato averne ma personalmente ne ho anche troppi.
Ho deciso d'intraprendere un percorso di psicoterapia perché sto male. Le persone care si sono stufate di sapere che sto così ed io mi sono stufata di perderle per via di questo "banale" dettaglio.
Ho deciso che finché non inizierò questo percorso, resterò chiusa. Non chiederò niente a nessuno e prenderò solo quel che mi viene regalato spontaneamente. Perché, di sentirmi in colpa per avere delle aspettative sugli altri, non ne ho più voglia.
"Come sei carina, hai sempre un pensiero ed una premura per me". Già, peccato che tutto questo imbarazzi praticamente ogni persona. E quindi ho deciso di trattenermi un po': non voglio ispirare né riconoscenza, né gratitudine. Sapete qual è l'altra faccia della generosità? La diffidenza. Faccio le cose per gli altri perché diffido di loro e immagino che non sappiano agire da soli senza il mio aiuto (grande presunzione, fra l'altro). Non dico che gli altri se ne avvedano ma io sì. Quando scavo nel profondo mi accorgo che quella pappetta che così amorosamente preparo non è altro che il riflesso di una paura.
Per lo più accumulo dispiaceri a causa delle conclusioni che incessantemente traggo. "Non ha fatto questa cosa e allora vuol dire che..."
No. Non vuol dire niente di quello che sta nella mia testa. Per me la vita è un castello di sabbia che viene continuamente distrutto dalla violenza delle onde. Infrangere il mio castello di convinzioni errate è un lavoro incessante. Da me stessa prendo tutto, ogni giorno: la sabbia e la potenza dell'onda e alla fine di ogni giorno mi sento svuotata. Credo, infatti, che le cose debbano andare in un determinato modo, quello che stabilisco io. Sono fermamente convinta di avere ragione e che essere padroni della propria vita equivalga a questo: ad avere una posizione su tutto ed una risposta sempre pronta. Forse perché da bambina ho taciuto troppo e la risposta giusta è rimasta bloccata ad un passo dalle labbra, un istante prima di uscire per difendermi.
La mia mente reinterpreta perché è deduttiva ma la deduzione è pericolosa e rischia sempre più di trasformarsi in un vicolo cieco ed io resto al centro ad urlare la mia rabbia. La urlo al vento. Ogni tanto straborda e terrorizza. Così resto sola come Otello, a farmi a pezzi con le mie stesse mani.
Voglio stare sola a curarmi, non sentirmi più dire che non vado bene, che sono troppo così o troppo cosà.
Ora bisogna che mi concentri sull'arte e sui professionisti che possono aiutarmi (anche se a pagamento).

9 agosto 2016

Circle

Ma com'è strana, poi, la vita. La vita di una persona strana, poi.. Per un principio di coerenza deve esserlo per forza. E allora di che mi stupisco? Anche a diciassette anni lo sapevo. Sapevo del circolo ("La mia vita è un circolo, un cerchio. Tutto e tutti ritornano" - amavo ripetere a me stessa). Sapevo che avrei sofferto moltissimo per amore per via della mia ingombranza (il correttore mi tratteggia la parola di rosso. Sono andata a controllare per scrupolo e qualcun altro, a parte me, la usa. Non la Treccani, però. Va beh, si sa che sono una neologista - e pure questa me la segna di rosso).
Va beh.
Sapevo molte più cose di quante non ne sappia ora ma non me ne dispiaccio poiché sapere, spesso, elude la vita. Forse ora vivo di più e ho meno disperazione dentro ma l'ho postulato talmente tante volte nei miei scritti che ormai non mi credo più molto. Tante e tante volte ho declamato una serenità che non possedeva basi solide. Anche ora, se mi soffermo a pensare, mi accorgo che ciò che sento e che mi pare di aver conquistato deriva più dall'ausiliare "avere", che è quello sbagliato. L'ausiliare dell'illusione, quello che ama travestirsi dall'altro e ci fa credere di non avere bisogni né dipendenze. Sono più portata a chiedermi "Che cos'hai?" quando sto male che "Che cosa sei?"
E allora, forse, si tratta di un vizio di forma, di un bisogno d'accumulo fine a sé stesso questo fatto di "avere per forza qualcosa".
Forse dovrei rispondere che ho moltissime cose, belle e brutte. Quelle brutte sono quelle che mi hanno abbandonato? Oppure, per caso, sono quelle che permangono "belle" ma se ne sono semplicemente andate? Alle volte le dipingiamo quali "brutte" od "inadeguate" solo per tollerarne la dipartita e sentirci meno in colpa.
Altre volte, invece, restiamo imperturbabili, come se una persona non avesse mai fatto parte del nostro vissuto. Perché? Cosa succede in questi casi? Forse stiamo solo aspettando che ritorni e questa eventualità può nutrire più della mancanza. Non avvertiamo la perdita perché di perdita non si tratta. E' solo una piccola e trascurabile distanza fisica e di parola ma non, necessariamente, di anima.
Io, almeno, la vivo così.
Può darsi che qualcuno sia molto irritato da me proprio per questo atteggiamento ma ormai non posso porvi rimedio. E' la cura ai miei mali taciuti e non mi serve sapere se sia giusta o sbagliata.
Quindi io aspetto, aspetto ed aspetto. Perché la vita è un circolo.

Sleeping

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