Questa è la storia di un uomo ossessionato dalla meraviglia e dallo stupore. Lui è Pablito e si chiama così perché ogni nome porta con se il proprio destino. Pablito è infatti un organismo buffo ed infantile nonostante la stazza enorme. Conserva una voce pinguinesca e sono certa che abbiate capito, insomma, che tutto in lui cozza come il peggiore dei mitili.
Pablito ha un sogno: vuole costituire una collana sonora. Non si tratta di un errore. Intendo proprio una collana e non una colonna. Ci pensa da sempre a questa cosa qui perché in vita sua non è mai stato felice con nessuna donna e quindi ha deciso che l'unico guizzo della sua esistenza lo proverà così: stando dentro una musica piuttosto che dentro una donna.
Pablito ha una testa più tonda di quella di chiunque altro ed è per questo che, naturalmente, non proviene da Reggio Emilia dove, si sa, le teste sono tutte quadrate. Chiedetelo ad un modenese della Modena bene/peggio e vi confermerà il tutto senza che lo sottoponiate a torture particolari.
La sua testa, dicevo, è rotonda come quella dei bambini neonati ed è l'unico uomo in Italia a cui, purtroppo, non si sia mai rimarginata del tutto la fontanella. Quando è agitato se l'accarezza dolcemente in cerca di conforto e, allora, il mondo gli pare un posto migliore, popolato solo da bimbi neonati, individui capaci di comprenderlo nel suo strano disagio di sempiterna delicatezza.
Pablito, visto così, sembra un uomo d'affari qualunque, con la sua valigetta 24 h, gli occhiali, la crapa pelata e il completo bluette. Nessuno si aspetterebbe mai di scorgere degli occhi simili dietro a quelle lenti troppo spesse capaci di ridurgli notevolmente la dimensione dell'orbita oculare... Ma Pablito possiede due occhi azzurri strazianti, di quelli che appaiono sempre velati dallo specchio cristallino della commozione e che mal si conciliano all'età adulta, all'ufficio e all'odore di macchina nuova. Lui è Pablito e non sa cosa fare. Non sa come gestire l'estraneità dei suoi tratti ora dolci ora affilati. Si porta in giro per il mondo ed io lo vedo camminare in avanti con la sua testa che sembra il sole perché è da lei che partono tutti i raggi. Percorre un marciapiede di una grande città vuota ed è sempre sudato. Non l'ho mai visto cambiarsi d'abito nè indossare un cappotto. Cammina da sempre col sole alle spalle (o era la sua stessa testa?) Non saprei ma vi dico che ha questo sogno. Quello, cioè, di creare la più stupenda collana sonora al mondo. In concreto, intende fare una selezione dei migliori brani musicali che siano mai stati composti e ricavare da ciascuno di essi solo e unicamente i momenti di climax assoluto, decantandone l'essenza, estrapolandone la verità più piena per poi inanellarli tutti quanti insieme, uno dietro l'altro, fino a formare una collana chilometrica, di fattura pregiatissima.
Questo è il suo progetto.
E' da molto tempo che non lo vedo in giro. Per la verità non ho nemmeno mai veduto la sua casa. A giudicare da come sta messo, non saprei nemmeno immaginarmela... Potrebbe essere arredata in stile moderno come in stile country. In fondo la casa parla sempre dell'anima di chi la abita e Pablito è un soggetto complicato, come vi ho detto.
M'interesserebbe comunque capire se sia riuscito a mettere a punto il suo piano efferato, se non altro perché credo che a nessuno sia mai saltato in mente di fare una cosa del genere.
Sapete che vi dico? Esco e vado a vedere se lo incontro per strada, su di un marciapiede vuoto dei suoi.
DIVERSE ORE DOPO...
Ho camminato a lungo, senza sapere nulla. Avete presente quando lasciate che siano i piedi a condurvi? In realtà non sono nemmeno loro... E' l'odore dell'aria che detta la disposizione d'animo, l'andatura o il senso stesso della fuga.
Io ho camminato lentamente, come pesando ogni passo, inspirando la fragranza delle foglie lasciate a macerare sulla terra umida dell'autunno. Era l'odore della mia infanzia all'asilo, lo stesso di Pablito, l'unico uomo adulto sulla faccia della terra ad avere ancora la fontanella sulla testa.
E' così che sono giunta a casa sua: un cottage di campagna ritagliato in un contesto cittadino. Presto la ditta di demolizioni, autorizzata dal comune, sarebbe passata a intimargli ancora una volta la distruzione di quell'obbrobrio incoerente con la cornice urbana circostante.
Ora che me la trovavo di fronte, non potevo evitare di ricondurla immediatamente a lui. Nessun altro avrebbe potuto incorporare dentro di sé quella rara quanto raffinata ambivalenza così dissimile da tutte le altre, diciamo, più "classiche".
Alla fine ho bussato timidamente alla porta ma nessuno mi ha aperto. Allora ho girato la maniglia tonda e, contro ogni aspettativa, questa si è aperta rivelando ai miei occhi la tenerezza di quell'ambiente. Sentivo una musica provenire dal piano superiore ed era a pieno volume, ne potevo scorgere la potenza nonostante ci fossero molti muri di mezzo a ovattarne l'impatto.
Ho salito le scale e mi sono lasciata guidare dalla musica, quella musica stranissima che diventava via via più presente e che mi stava inesorabilmente portando a lui (o, almeno, così supponevo).
Con una sorta di sentimento trepidante ho varcato la porta della camera, proprio mentre "Megalomania" dei Muse si spandeva nell'aria nell'attimo di climax più puro, quello dal finale con l'organo di chiesa suonato mirabilmente da Matthew Bellamy. Ed è lì che ho assistito ad uno spettacolo agghiacciante.
Pablito giaceva inerme sul pavimento, immerso in una pozza di sangue che partiva dal cranio.
Sul viso mostrava, tuttavia, un'espressione serena e zuccherina. L'espressione di chi ha raggiunto il proprio scopo o il proprio senso nella vita.
La musica continuava, quella preziosissima collana di meraviglie.. Per molto tempo devo essere rimasta pietrificata, incapace di staccare gli occhi dal suo incatalogabile volto. Inchiodata alla sedia, assaporavo la successione di estratti musicali così meticolosamente confezionati da quell'uomo bambino, sorprendendomi della pazienza nonché dell'immensa cultura musicale che denotavano. E non sapevo nemmeno trovare la forza per chiamare le autorità e denunciare la sua morte, tanto ero intenta a lasciarmi estasiare o piuttosto stupire dall'assurdità di quella situazione. I flutti di sangue uscivano dalla sua testa e allora? Non erano veri! Non mi sembravano veri. La sua testa era il sole, non conoscevo altro colore se non quello dei raggi che l'incoronavano. Ora, la banalità del rosso, perché mai avrebbe dovuto indicare qualcosa?
Mi scoprivo a trovarlo eterno. Eterno come sembrava esserlo quella collana, il suo Sogno.