23 novembre 2012

Dimentica

Credo di avere un terribile bisogno di cadere in basso, di dire tutte quelle cose che una persona matura e intelligente non espone perché deve dimostrare al mondo di saper portare in giro la propria facciata di persona integerrima, alta, aggraziata e superiore alle nefandezze.
No, stavolta io mi sfogo e cado in basso perché nel basso mi ci hai portato tu. Nello sporco, nella falsità, nel dubbio, nel baratro e nel fosso. Io sto cercando di risorgere come sempre, di ridere e di far ridere ma quando la sera mi corico e quando la mattina mi sveglio non posso evitare di sentire quello schifo addosso che si accompagna all'amarezza e all'incapacità di comprendere come tu abbia potuto lasciarmi a questo modo, come si abbandonerebbe un cane sul ciglio della strada d'estate perché non si ha nemmeno voglia di cercare una struttura adeguata che ospiti anche lui.. Sì, il paragone regge alla perfezione. Sono stata il tuo cagnolino che ti faceva le feste e che ti perdonava le tante e tante scomparse codarde, senza fare una piega. Sono stata quella che spendeva soldi e tempo per prendere il treno o la macchina per ricongiungersi a te, al solo scopo di annusarti, guardarti e viverti. Sono stata quella che ha speso chilometri d'inchiostro per cantarti perché eri troppo bello per essere vero e non poteva tenersi dentro tutto quell'affiatamento in esubero. Ora ho paura di scrivere, ho paura dell'odio che provo, sentimento sconosciuto fino ad adesso... Detesto che tu, proprio tu, mi abbia attaccato questa debolezza insolente, questa perdita assoluta di certezze che era tanto tua e che ora è mia.
Non credo più in niente. Per me le tue parole sono strati di merda accatastati. Le tue promesse te le urlerei tutte nelle orecchie fino a stordirti, fino a farmi ammazzare di botte, piuttosto. Devi ringraziare il cielo per abitare a 199 km di distanza esatti da me perché so essere pericolosa. Pericolosa senza l'ausilio delle mani o delle urla. Pericolosa con uno sguardo carico di tutto questo. Ché tu eri pazzo di me, di ogni mia espressione, del mio esprimermi in ogni forma. Così pazzo che mi hai dovuta distruggere, rimuovere e rinnegare, mettendo la tua maschera migliore, tu che mi parlavi dell'uso delle maschere nel tuo passato, che con me sapevi di non poterle usare ché tanto ti avrei visto sempre nitidamente. E ora sai di avermi disgustato sufficientemente da non indurmi a venire a vivere nella tua terra. Temi così tanto il confronto con quel che ti denuda che preferisci lasciarmi quest'infima idea di te così che io ambisca a qualcosa di meglio, ad un uomo tutto fatto e compiuto, non a dei cocci attaccati in maniera posticcia che camminano per strada.
Vergognati! Ammazzati di dolore e fisime mentali. Sbriciolati nel nero dei tuoi giorni carichi di passato. Urla la notte, passa avanti "Hey you" quando ti capita sull'ipod. Cancella le foto, distruggi il mio bracciale fatto a mano per darti il mio karma. Dimentica quei baci che ci scavavano l'anima piano piano, dimentica le lacrime di piacere al contatto dei nostri bianchi, dimentica gli abbracci più caldi dell'estate torrida, il semplice godimento che ci dava parlare insieme. Dimentica la stima dei rispettivi ordini di pensiero. Dimentica le risate sulle cazzate kitch. Dimentica l'odore dei miei capelli e della pelle. L'avere un senso dentro i nostri sterni. Dimentica tutto quello che saremmo potuti essere e mai saremo. Bastardo.

15 novembre 2012

Lady Macbeth

Venite, oh spiriti, che presiedete i pensieri di morte. Cancellate il mio sesso e riempitemi dalla corona ai piedi della più cieca crudeltà. Fate denso il mio sangue. Sbarrate la strada e il passaggio al rimorso che nessun repentino reflusso di natura ostacoli il mio fermo proposito, venite, dunque, al mio seno di donna e succhiatene il latte in cambio di fiele. Voi, ministri del crimine, dovunque siate, invisibili forme al servizio della natura malvagia. Vieni, densa notte e ammantati del fumo più buio dell'inferno, che il mio aguzzo coltello non veda le ferite che infligge, ne il cielo posso sbirciare oltre la coltre nera e gridare "ferma, ferma".

11 novembre 2012

Situs Inversus

Gli occhi mi servono per vomitare
quello che la bocca lacrima via.
Soffro di una strana disfunzione:
il cuore siede alla destra del padre.
I medici lo chiamano situs inversus
Io non lo nomino nemmeno.
Affogo nei tuoi astri attraverso la musica.
Ti lascio lettere nelle tasche dei pantaloni.
Lettere che concatenerai a formare parole.
Io, i tuoi pantaloni neri, li adoravo.
Mi cascavano da tutte le parti
divertiti dal mio pudore bianco.
Li riacciuffavo prima a destra e poi a sinistra
in quella danza incerta un po' tragicomica
e per un attimo mi travestivo da tuo eterno amore.

La nudità dei miei abiti mi spaventa
Io che sono vestita solo quando giaccio in te
che ti ho ingannato con l'artificio della parola
battendo sulla mia pelle nuda il ferro caldo
dell'irriducibilità, a costituire un'armatura
colata su ogni centimetro di carne
quella carne che prima ospitava i tuoi sospiri
e che ora si lascia spegnere mozziconi di vita addosso.

Ho poca forza ancora nelle braccia
L'amplifico oltre le mie umane capacità
e fracasso la corazza in tanti pezzi
a restituirmi il privilegio che ho lasciato
a te per troppi annodati minuti
L'abbandono, la resa alla debolezza.

9 novembre 2012

Lettera scarlatta

Eccomi qua: gli occhi tristi, il rossetto rosso irascibile e l'incarnato cadaverico. Col phard ho tracciato due zigomi impavidi e freddi per illudermi di essere così. Due giorni fa divoravo il mio uomo di baci, per le strade di una Bologna sempre mefitica. Ero bollente, a quell'epoca, e lui mi sentiva tutta in preda all'orgasmo ricacciato negli inferi delle mutandine, nello spazio intimo e sottilissimo tra la carne tumida e il tessuto in lycra viola. Vibrare per ore intere sentendolo crescere di centimetro in centimetro, ad ogni sospiro soffocato da un altro bacio ancora. Il tragitto del suo fiato verso la mia bocca e il tentativo di trattenerlo dentro me, calore inesauribile e sofferente mai dissimulato. Soltanto la resa all'impotenza, l'avidità dell'imposizione l'uno sull'altro. La sua bocca tesa in avanti e le sopracciglia aggrottate. L'infinito tra di noi suggellato da quel possesso mai pago, da quelle mani ora timide ora violente che avrebbero strappato il cuore ancora caldo e pulsante dai reciproci toraci.

"Cosa vuoi dirmi con quegli occhi?"
"Che ti mangerei viva"

E tu mi hai mangiata perché non sento più la pelle addosso, nè la carne di sotto. Ti sei portato via tutto, come un cannibale dell'anima. Hai il mio odore con te e questi occhi sono mischiati ai tuoi da quando su quella panchina ce li siamo scambiati al colmo del terrore. Tu mi guardavi malato d'Infinito ed io abbassavo lo sguardo in preda ad uno sconcerto nuovo. Ché mai ho avuto paura di qualcuno ... Mai ho avvertito il pericolo di essere invasa realmente. E tu, con quegli occhi fissi nei miei, hai tracciato il posto facendo terra bruciata intorno. Hai decretato il segno, il marchio. 
La lettera scarlatta sulla pelle bianca.

3 novembre 2012

Nov'ottobreduemiladoce


E ti parlerei, amore mio, di quant’è stupido amarsi da lontano, rubarsi gli sguardi l’un l’altro voltando subito il capo per non ammettere lo sgarro. Ti direi di quant’è cavalleresco e penosamente romantico tutto questo. Ti perdonerei per l’ennesima volta il tuo amore a metà che pur essendo a metà mi riempie tutta comunque.
Ed è controvoglia, credimi, che sono ebbra di te, che mi devo inventare delle scuse per abbassare l’intensità della tua luce. Che devo dirmi da sola che non mi ami realmente perché se tu mi amassi non mi lasceresti proprio andar via. E mi obbligo all’atto creativo dell’inganno che tendo a me stessa per dimenticarti, per negare alla mia naturale chiaroveggenza di rivederti lì, oggi, su quel letto blu come te, in cui, ad un tempo ormai remoto, mi prendevi l’anima, travestita da corpo.
Dicevo che non posso aprire un varco con i miei occhi nostalgici e penetrare in quella tua camera per osservarti ora dopo l’ennesima fine. Non posso perché ti vedrei nudo e vero, in quella sofferenza che si prova quando si assaggia l’impossibilità ed arriva ad essere più forte di qualsiasi cosa. Non posso prenderti una mano per aiutarti ad oltrepassare quel fosso. Lo devi fare da solo ed io posso solo reinventarmi indifferente, aggrapparmi all’orgoglio che è uno strumento a me ignoto.
Io ti aspetto perché è da una vita che ti aspetto e quindi … Che differenza può fare aspettarti ancora?

Sleeping

Sleeping