26 ottobre 2013

Pablito

Questa è la storia di un uomo ossessionato dalla meraviglia e dallo stupore. Lui è Pablito e si chiama così perché ogni nome porta con se il proprio destino. Pablito è infatti un organismo buffo ed infantile nonostante la stazza enorme. Conserva una voce pinguinesca e sono certa che abbiate capito, insomma, che tutto in lui cozza come il peggiore dei mitili.
Pablito ha un sogno: vuole costituire una collana sonora. Non si tratta di un errore. Intendo proprio una collana e non una colonna. Ci pensa da sempre a questa cosa qui perché in vita sua non è mai stato felice con nessuna donna e quindi ha deciso che l'unico guizzo della sua esistenza lo proverà così: stando dentro una musica piuttosto che dentro una donna.
Pablito ha una testa più tonda di quella di chiunque altro ed è per questo che, naturalmente, non proviene da Reggio Emilia dove, si sa, le teste sono tutte quadrate. Chiedetelo ad un modenese della Modena bene/peggio e vi confermerà il tutto senza che lo sottoponiate a torture particolari.
La sua testa, dicevo, è rotonda come quella dei bambini neonati ed è l'unico uomo in Italia a cui, purtroppo, non si sia mai rimarginata del tutto la fontanella. Quando è agitato se l'accarezza dolcemente in cerca di conforto e, allora, il mondo gli pare un posto migliore, popolato solo da bimbi neonati, individui capaci di comprenderlo nel suo strano disagio di sempiterna delicatezza. 
Pablito, visto così, sembra un uomo d'affari qualunque, con la sua valigetta 24 h, gli occhiali, la crapa pelata e il completo bluette. Nessuno si aspetterebbe mai di scorgere degli occhi simili dietro a quelle lenti troppo spesse capaci di ridurgli notevolmente la dimensione dell'orbita oculare... Ma Pablito possiede due occhi azzurri strazianti, di quelli che appaiono sempre velati dallo specchio cristallino della commozione e che mal si conciliano all'età adulta, all'ufficio e all'odore di macchina nuova. Lui è Pablito e non sa cosa fare. Non sa come gestire l'estraneità dei suoi tratti ora dolci ora affilati. Si porta in giro per il mondo ed io lo vedo camminare in avanti con la sua testa che sembra il sole perché è da lei che partono tutti i raggi. Percorre un marciapiede di una grande città vuota ed è sempre sudato. Non l'ho mai visto cambiarsi d'abito nè indossare un cappotto. Cammina da sempre col sole alle spalle (o era la sua stessa testa?) Non saprei ma vi dico che ha questo sogno. Quello, cioè, di creare la più stupenda collana sonora al mondo. In concreto, intende fare una selezione dei migliori brani musicali che siano mai stati composti e ricavare da ciascuno di essi solo e unicamente i momenti di climax assoluto, decantandone l'essenza, estrapolandone la verità più piena per poi inanellarli tutti quanti insieme, uno dietro l'altro, fino a formare una collana chilometrica, di fattura pregiatissima.

Questo è il suo progetto.

E' da molto tempo che non lo vedo in giro. Per la verità non ho nemmeno mai veduto la sua casa. A giudicare da come sta messo, non saprei nemmeno immaginarmela... Potrebbe essere arredata in stile moderno come in stile country. In fondo la casa parla sempre dell'anima di chi la abita e Pablito è un soggetto complicato, come vi ho detto. 
M'interesserebbe comunque capire se sia riuscito a mettere a punto il suo piano efferato, se non altro perché credo che a nessuno sia mai saltato in mente di fare una cosa del genere.
Sapete che vi dico? Esco e vado a vedere se lo incontro per strada, su di un marciapiede vuoto dei suoi.


DIVERSE ORE DOPO...


Ho camminato a lungo, senza sapere nulla. Avete presente quando lasciate che siano i piedi a condurvi? In realtà non sono nemmeno loro... E' l'odore dell'aria che detta la disposizione d'animo, l'andatura o il senso stesso della fuga.
Io ho camminato lentamente, come pesando ogni passo, inspirando la fragranza delle foglie lasciate a macerare sulla terra umida dell'autunno. Era l'odore della mia infanzia all'asilo, lo stesso di Pablito, l'unico uomo adulto sulla faccia della terra ad avere ancora la fontanella sulla testa.
E' così che sono giunta a casa sua: un cottage di campagna ritagliato in un contesto cittadino. Presto la ditta di demolizioni, autorizzata dal comune, sarebbe passata a intimargli ancora una volta la distruzione di quell'obbrobrio incoerente con la cornice urbana circostante.
Ora che me la trovavo di fronte, non potevo evitare di ricondurla immediatamente a lui. Nessun altro avrebbe potuto incorporare dentro di sé quella rara quanto raffinata ambivalenza così dissimile da tutte le altre, diciamo, più "classiche".
Alla fine ho bussato timidamente alla porta ma nessuno mi ha aperto. Allora ho girato la maniglia tonda e, contro ogni aspettativa, questa si è aperta rivelando ai miei occhi la tenerezza di quell'ambiente. Sentivo una musica provenire dal piano superiore ed era a pieno volume, ne potevo scorgere la potenza nonostante ci fossero molti  muri di mezzo a ovattarne l'impatto.
Ho salito le scale e mi sono lasciata guidare dalla musica, quella musica stranissima che diventava via via più presente e che mi stava inesorabilmente portando a lui (o, almeno, così supponevo).
Con una sorta di sentimento trepidante ho varcato la porta della camera, proprio mentre "Megalomania" dei Muse si spandeva nell'aria nell'attimo di climax più puro, quello dal finale con l'organo di chiesa suonato mirabilmente da Matthew Bellamy. Ed è lì che ho assistito ad uno spettacolo agghiacciante.
Pablito giaceva inerme sul pavimento, immerso in una pozza di sangue che partiva dal cranio.
Sul viso mostrava, tuttavia, un'espressione serena e zuccherina. L'espressione di chi ha raggiunto il proprio scopo o il proprio senso nella vita. 
La musica continuava, quella preziosissima collana di meraviglie.. Per molto tempo devo essere rimasta pietrificata, incapace di staccare gli occhi dal suo incatalogabile volto. Inchiodata alla sedia, assaporavo la successione di estratti musicali così meticolosamente confezionati da quell'uomo bambino, sorprendendomi della pazienza nonché dell'immensa cultura musicale che denotavano. E non sapevo nemmeno trovare la forza per chiamare le autorità e denunciare la sua morte, tanto ero intenta a lasciarmi estasiare o piuttosto stupire dall'assurdità di quella situazione. I flutti di sangue uscivano dalla sua testa e allora? Non erano veri! Non mi sembravano veri. La sua testa era il sole, non conoscevo altro colore se non quello dei raggi che l'incoronavano. Ora, la banalità del rosso, perché mai avrebbe dovuto indicare qualcosa?

Mi scoprivo a trovarlo eterno. Eterno come sembrava esserlo quella collana, il suo Sogno.

23 ottobre 2013

Numerologia

Avere in mente la marcia funebre di Chopin, accendere ABC Piano e trovarla subito, così, nuda come una donna sul letto. Voltare il capo verso la finestra e scorgere il sole che sorge all'alba delle 16.43, al di là dei tetti. Una luce diversa, finalmente, da quella della lampada sul comodino. Mi spia tra le cortine verdi trasparenti, quelle della mia camera qui. Sono sola, sola come sempre e arrabbiata con me stessa perché è da troppo tempo che non scrivo e questo significa soltanto una cosa, che mi sono dimenticata di me. Trattarmi come certe amicizie, incombenze da rimandare a data da destinarsi.. Mi sembra di vivere l'ennesima vita della mia vita e quando mi soffermo a pensare a quale sia il suo senso, avverto solamente il ritardo rispetto a non so nemmeno io cosa.
L'altro ieri mi sono perduta tra calcoli astrologici e numerologici per capire qualcos'altro di me e delle persone amate e ho trovato alcune parole molto confortanti, di quelle che ciascuno di noi vorrebbe saper destinare a sé stesso. Le trascrivo perché non vadano perse tra i soliti "se" e i detestabili "un giorno..."
In numerologia esistono dei numeri che si chiamano "Numeri sfida" e sono relativi alle quattro età diverse della vita. Il numero sfida che caratterizza la mia attuale fase (quella, cioè, che va dagli 0 ai 28 anni) è proprio uno 0. Ecco cosa cita il sito oroscopi.com:

Il numero sfida 0 significa che la scelta che compi della tua vita e' completamente tua. La tua e' una vecchia anima, hai gia' combattuto attraverso tutte le sfide generate dagli altri numeri. La tua ricompensa per aver completato queste sfide e' il libero arbitrio. Puoi fronteggiare tutte o nessuna delle sfide dei numeri da 1 a 9. Puoi semplicemente condurre la tua vita senza alcuna destinazione o obiettivo. Oppure puoi soprassedere alle battaglie degli altri e utilizzare questo periodo per costruire una vita fondata sull'amore, la giustizia, l'integrita'. A prima vista, questa liberta' di scelta puo' sembrare come una vacanza, ma non e' cosi'. Infatti, la gravita' della responsabilita' derivante da un numero sfida 0 e' incredibile, poiche' la tua scelta di come condurre un numero sfida 0, influenzera' le vite delle persone che ti circondano e, talvolta, addirittura il mondo intero.

Mi sono sempre sentita così ma non sono mai riuscita a tradurre il concetto in parole povere, forse perché è davvero troppo intimo. L'idea che il mio nome e la mia data di nascita parlino per me è un'esperienza che mi toglie il fiato e, umilmente, la consiglio a tutti perché non smetterò mai di credere nella Magia e nel rapporto intimo tra Cosmo e Anima.

8 settembre 2013

Destino

Sono sveglia da due ore circa. Questa è una di quelle domeniche in cui, se avessi il coraggio, camminerei fino ai piedi di un monte, con atteggiamento supplice, come a richiedere accoglienza alla porta di un amato. Invece resterò qui, immobile sul letto, a drogarmi di musica, non lavata, incapace di osservare il mio riflesso allo specchio. Indolente e marcescente, aspetterò che passi il giorno, certa del grandioso senso di colpa in cui mi troverò attanagliata, uccello nel petrolio, questa sera. Sto ricreando la notte nella mia stanza, menefreghista nei riguardi dei miei altrettanto menefreghisti coinquilini, per nulla attratta all'idea di lavare quella massa di piatti accatastati in cucina, lasciati dal fètido Andrea. Ne ha sporcati così tanti che non ho nemmeno le stoviglie utili per prepararmi il pranzo. Ecco perché ho optato per un'abbondante colazione, così da rimanere reclusa in camera un numero sufficiente di ore senza sentire i morsi della fame. Lei è così: basta ignorarla e poi si mette in disparte, nel suo cantuccio, per colpire molte ore dopo. Posso scegliere di spegnere i bisogni, posso scegliere di girare la manopola delle sensazioni fino alla minima intensità e  di sgomberare la mia affollata anima da tutti questi inutili orpelli. La possibilità di ritornare vergine e incontaminata. 
L'incenso alla mirra sta morendo sotto il peso della fiamma. La mia unica azione sarà quella di accenderne uno nuovo, per rendere "chiesa" questo spazio altrimenti empio e per ricordare a me stessa che ho ancora dei sensi acuminati, viziati dall'instancabile stimolazione. 
Mi piace rientrare nella mia camera. E' l'unico spazio profumato della casa e immagino che chiunque vi acceda venga colto da un piacevole stordimento. Quando vivevo con la mia famiglia, non sentivo mai l'appartenenza ai luoghi. Non ero in grado di abitarli, d'invaderli con la mia aura e questo mi faceva sentire un'eterna partente, la valigia in mano sempre pronta e il cuore altrove.
Ora sono qui, in attesa. E' una vita che mi aspetto e credo che morirò fra tanti e tanti anni esattamente in questo stato, esentata dalla pace, coerentemente a ciò che ipotizzo sia in linea con la mia natura.
Non sono sola. E' da notti che dormo con Destino e la mattina mi sveglio penosamente in colpa per aver tradito Alessandro. Ma lui capirà. Capirà cosa significhi mettere la vita nelle mani di qualcun altro perché non si ha il coraggio di scegliere. Lo ha fatto anche lui millemila volte.
Eccomi qua, dunque: la mano stritolata nella sua, sul ciglio del monte, in procinto di volare giù e di toccare il suolo nell'istante in cui la musica finisce.

12 agosto 2013

Cuore sacro

E se io mi addormento tra le tue braccia è perché sei un nido caldo, al riparo dalla sporcizia del mondo. La verità del tuo odore è quel che mi basta per mettere a tacere gli ultimi timori ormai ridotti a brandelli.
Fiera procedo in direzione del mio nord, col terreno che scricchiola come un parquet consunto dal tempo ma che sa ancora regalarmi l'emozione febbrile dell'ignoto. Come abbandonarmi all'abbraccio eterno della morte, come un testamento ai miei cari è la promessa del tuo amore. Ti consegno ciò che sono con le labbra tremule e gli occhi palpitanti.

27 luglio 2013

Tela

E in fondo fu quello il danno: l'essermi resa conto di aver perso tutti gli amici (o quasi) per lui, per quel che sembro essere diventata per lui.
Un prezzo troppo alto da pagare lasciarsi accecare a tal punto da non vedere nessun altro, nessuna verità rispetto a quella del mio uomo. 
Dovrei fermarmi un attimo e capire cosa posso fare con quel che sono e ho prima che il pessimismo o l'insicurezza mi facciano cadere nella convinzione di non avere vie d'uscita. In fondo scelgo sempre io o, almeno, così dovrebbe essere dato che la vita è una tela intonsa su cui scegliamo noi cosa e come dipingere. Mai la si dovrebbe lasciare nelle mani di qualcun altro. Mai.

24 luglio 2013

Volevo essere normale

Sono sdraiata su una lastra di ghiaccio e non posso dormire.
Con questo caldo potresti dirmi che il refrigerio è divino ma provo sulla pelle l'ustione doppia tipica di questi casi.
Che caso?
Il caso dell'affetto perduto.
E' dal 6 luglio che qualcosa si è rotto ed io rimango stesa, incapace di muovermi, con lo spirito di conservazione alto. Attendo quel che la mia testa meritocratica sostiene che sia giusto attendere ma ho i sensi annebbiati dall'afa e non posso dipingere sulla tela il ritratto arcigno della coerenza, materia distante millenni da me. Per descriverti quel che provo, dovrei parlarti della paralisi ipnagogica e delle allucinazioni psicopompiche ad essa associate e allora, forse, coglieresti un frammento smerigliato di quel che avviene dentro di me.
I racconti egotisti non fanno per una ventisettenne suonata quale la sottoscritta ma non me ne curo perché altrimenti smetterei di scrivere, annientando così uno dei miei pochi pregi.
Sto inventando una scusa tra le tante per impedirmi di fare il grande passo, la più grande fra tutte è quella legata all'oroscopo che mi fa tristemente notare che questo è un anno di conservazione per i nativi del toro e non di rivoluzione. La scusa è diventata talmente gigante che ormai sostengo di non avere i mezzi per produrre qualcosa di decente. Sto posticipando la vita ancora una volta, gelosa del mio pigro nulla, instancabile ballista che non sono altro.
Avere l'oro in mano, tu dici, è un grande vantaggio e non dovrei farlo cascare da tutte le parti, indifferente a quelle mani vuote tese in avanti ma vedi, non ti ho mai detto quanto pesa quell'oro. Alle volte mi pare un macigno, un'incudine, e sono stanca di portarmela appresso senza nemmeno averla richiesta.

20 luglio 2013

La cage

Sarà ma la gente mi fa sempre più pena.
Questa città (non mi stancherò mai di dirlo) fa male da quanto è bella. E' piena di contrasti e, a volte, sento che i miei occhi non sono in grado di  contenerla.

Ci sono tantissimi soggetti ridotti davvero male, che sembrano morire per strada mentre gli passeggio accanto ma, nonostante ciò, conservano una dignità commovente. Uno di loro non fa che leggere libri. Si nutre di quelli e intanto diventa anoressico. Vorrei portargli tutti quelli che ho, un giorno. E poi c'è il signore di Viale Indipendenza. Lui regge un cartello con su scritto "Ho perso il lavoro e la casa. Ho fame. Grazie". C'è qualcosa in queste due persone che puntualmente mi annienta: la loro identità. Non sono ancora diventati due nulla a ridosso della strada.
Qualche mese fa degli amici americani mi regalarono un sacco di provviste di cibo perché loro sarebbero dovuti partire all'indomani. Pensai dunque di lasciare una pizza intera ad un mendicante perché mi sentivo profondamente male all'idea d'ingrassarmi la pancia mentre lui moriva. Una ragazza, allora, s'inchiodò in mezzo alla strada e mi disse "Ma che carina!!" ed io pensai di non meritarmi affatto quell'elogio.
Stasera sono passata davanti al signore di Viale Indipendenza a cui, mio malgrado, non ho mai dato nulla. Sono entrata di getto in pizzeria e gli ho comprato un trancio e un'acqua naturale. 2 euro rognosi. Non è nulla per chi ha la grazia di lavorare.
"Ecco, ti ho portato questi" con un sorriso sugli occhi e sulla bocca. Lui ha alzato la testa e ha detto "Oh, grazie di cuore per il pensiero" e ha sorriso. Ha sorriso davvero.
Dopo un'ora ho ancora il suo viso stampato davanti agli occhi.
Con un miscuglio di sensazioni scompigliate, mi sono diretta verso casa. Mi viene sempre da piangere quando provo troppe cose messe insieme: imbarazzo, felicità, disappunto, inadeguatezza. Tutte lì raggruppate mi distruggono, accidenti.
Avvolta dalla musica, cerco di riafferrare la normalità ma un uomo mi parla ed io sono costretta a togliere un auricolare per ascoltare quel che mi sta dicendo. "Volevo complimentarmi con te".

In quel momento vorrei solo morire. Perché mi ha vista? Perché?? In fondo sono stata rapida. Non l'ho fatto per prendermi un cazzo di complimento! Dio, perché devono succedere queste cose maledette??

Fingo di non capire ma lui insiste e mi parla del gesto che ho fatto.
Gli rispondo che per chi ha un lavoro non è niente di ché e che quell'uomo era una tale brava persona che non sopportavo di vederlo ridotto a quel modo.

Partono le solite frasi di circostanza da parte del pugliese dalla pancia grassa che nella sua testa starà pensando "non solo è buona, è anche carina" e mi accompagna senza che gli sia stato richiesto.

"Ma tu dove stai andando?"

"A casa. Sono molto stanca. Ciao"

"A presto, allora, e ancora tanti complimenti!"

Che schifo, gente. Che schifo.

18 luglio 2013

Il Messaggio

Voi mi chiedete di scrivere un libro ed io vi rispondo che per farlo dovrei viaggiare, in modo da avere qualcosa da raccontare perché non basta lo stile. Occorre la sostanza, il messaggio e queste son cose che si apprendono vivendo e poi morendo. Ho sempre creduto che si capisse tutto quanto al termine della vita, che Dio ci concedesse questa grazia per farci andare da lui in pace, senza cordoni ombelicali conficcati nel nucleo della terra. E quindi, chi è che può scrivere Il Libro? I cattolici potrebbero spiegarmi che esiste già e che si chiama Bibbia ma io sono un osso duro e pochi sanno persuadermi. Dico che tutta la produzione letteraria mondiale, di ogni secolo, ci ha lasciato stralci di quel messaggio ma non Il Messaggio.
Questa consapevolezza stronca il mio tentativo sul nascere, facendomi sentire impotente e parziale come qualsiasi altro vivente. Dovrei saper racchiudere immagini di Vita e di Morte, far coesistere il loro dualismo e consegnarlo a chiunque incontri. Uscire di casa e prostituire questa miscela, ma senza ripensamenti. Come riuscirci concretamente? Beh, basta amare, esserne ebbri fino a che non lo si può più contenere dentro il proprio corpo e gettarlo con violenza fuori dai limiti fisici. E credetemi che se lo fate gli altri lo ben vedono.

Per poter scrivere un bel libro, dovrei sguazzare in questo stato d'animo d'esaltazione cieca per ogni minuto di ogni singola giornata ma come fare quando si è tanto incostanti? Drogarsi? E di cosa, poi?
No. Personalmente potrei soltanto creare una lista di canzoni evocative, rubate in giro per il mondo, e scrivere sotto il loro effetto, per ore ed ore. Oppure mi gioverebbe impestare la schiena di Alessandro con i miei racconti, mentre facciamo l'amore e ho la testa continuamente bombardata d'immagini che sfuggono al mio controllo come la sabbia dalle mani.

Tutto dovrebbe partire da questo segreto bellissimo.

14 luglio 2013

Tempo al tempo

Quel che amo di me è il fatto di sentire chiaramente l'appartenenza al tempo passato, come se il mio corpo fosse solo un orpello che racchiude una materia sterminata ed infinita, capace di abbracciare tutte le epoche del mondo. 
Avverto questa consapevolezza ogni volta che ascolto una musica che non mi è mai nuova o quando una frase o una parola mi volteggia nella testa per un giorno intero, fino a che non mi vedo costretta ad allungare le dita sul computer per andare a cercare l'origine e tutte le concatenazioni del caso. Ci sono parole che mi chiedo sinceramente quando possa averle udite per la prima volta e come mai siano rimaste lì, a sedimentarsi per anni ed anni nel cervello, mentre credevo di averle dimenticate. Come possono esservi giunte? Quale bocca deve averle profferite affinché si consegnassero a me in un determinato momento? 
Sì, è proprio questo quel che amo: il fatto stesso di confezionarmi delle piccole sorprese senza poterle rispedire al mittente perché non gradite. Restano mie, antichissime e di nessun altro.

27 maggio 2013

Nave

perduta. perduta da qualche parte, sono.
quand'è così finiscono le maiuscole.
sono faticose, loro.
mi sto aprendo la bocca con entrambe le mani
per infilarci dentro delle succulente praline
e ogni altra sorta di prelibatezza.
non sento i sapori e il mio corpo è una nave.
lo trasporto, immenso, lungo i viali 
di una desolata me.
cassa risonante, del tutto cava 
precipita una moneta consumata dalla velocità
il suo povero peso produce un rumore assordante.
c'è un fondo, allora, penso.

1 maggio 2013

La Cuida

Scegliere. Scegliere un momento, una persona, una via, un vestito, un profumo. Lo spettro infinito delle possibilità giace lì con tutta la sua gamma di tinte, dalle più vivaci alle più fosche e non concede tregua all'ombra di un mélo, né odora come l'abbraccio rassicurante di una madre. Presenzia incalzante, pestando i piedi sul pavimento sdrucciolevole dell'esistenza e forza ogni energia a dargli ascolto, giocando le sue carte migliori, sfoderando i sorrisi più persuasivi, appiccicaticci come quelli dei politici. 
Forse che forse il tono del discorso è un po' troppo duro per parlare semplicemente della facoltà di scegliere? Non la starò buttando giù in maniera troppo pesante e melodrammatica? Beh ma io sono una mistura di tutto questo e ho capito che non ci posso fare nulla, specie se scrivo in preda alla paranoia e al senso di colpa mentre una mazurka di Chopin straparla di sottofondo. 
Quando verso in questo stato, mi aspetto sempre che il mondo accorra in mio soccorso, precipitosamente, con fare caritatevole. L'essere ignorata non fa che aumentare il pathos con cui indirizzo il mio urlo al cielo, al cosmo e a tutto il creato. Così finisco per farne una questione di stato e a sentirmi come quei mendicanti che io per prima trascuro e ignoro ogni santo giorno, per strada. Con quale presunzione mi aspetto che il mondo sia lì per me? E, in fondo, chi altro (esclusa la sottoscritta) saprebbe salvarmi da questo stato di cose? Nessuno. Ma non è un'ammissione triste, tutt'altro. Significa essere consapevole di un qualcosa che ha sempre vissuto nei recessi più intimi della mia mente e a cui non ho mai saputo dare consistenza perché, semplicemente, alcune cose sono fatte per restare sospese nel loro dogmatismo vuoto per anni, finché l'esperienza non dà loro una forma qualsiasi. 
Oggi, a due passi dai ventisette, ho vestito quella persona nuda che viveva indisturbata nella mia testa da più o meno sempre. Le ho messo gli abiti migliori e le ho fatto calzare delle comode scarpe da passeggio, affinché non si fermi più per curarsi le vesciche. 
Per farla breve: oggi ho spento tutto e non ho atteso che il mondo si accorgesse di me. Ho assaporato il piacere di essere mia unica confidente. Ho scelto di non scegliere l'altrui compagnia perché questa si accompagna, inevitabilmente, alla responsabilità. Mi sono offerta il privilegio di non dare spiegazioni a nessuno, di prendermi qualcosa che mi sono sempre tolta: il Tempo al di qua di quella superficie sdrucciolevole di cui parlavo prima.

24 aprile 2013

Mean Bean

E ricordo quel giorno in cui passai a prenderti a lavoro per stare più tempo possibile insieme. In trepidazione come quando si deve rincontrare il proprio amato. Il tuo abbraccio odoroso, di quella pelle così diversa dalla mia, pregna di ruvidità sparse e di amori duraturi. La tua altezza inferiore alla mia per far scendere i baci sulla stessa linea della tua fronte curva e orgogliosa. Noi che c'incontravamo in tante espressioni fino a sembrare sorelle ma che ci perdevamo nella freddezza geometrica dei tratti. I nostri periodi sospesi tra occhi e bocca.
Ti conducevo a casa mia per trovare una tregua artificiosa all'afa estiva e per far sì che il mio pianoforte avesse una precisa collocazione di senso. Lui incontrava le tue mani affusolate ed io lo sapevo felice come mai sarebbe stato con me.
Avvolta dalla penombra della sera e dalla luce sensuale ed intima delle candele, ti fiondavi sulla tastiera eseguendo te stessa, per la prima volta. Io prendevo tutto questo come un uomo vissuto si prende una vergine ma non sapevo che sarebbe stata la prima volta e anche l'ultima. E così, da quel giorno, considero che ogni incontro potrebbe non avere un seguito e la disperazione della consapevolezza fa sì che tutto sia più solenne ed ebbro di vita.

Mi ci è voluto quasi un anno per sistemarti qui, sulle mie carte... Ora che non conosco rabbia ma solo nostalgia.


18 aprile 2013

Spring

Il posto nel mondo, la sconosciuta pace.
La sola inquietudine ch'io conosca è quella di quando ti aspetto trepidante.
Ma è un'inquietudine bella, antica e vivida. Somiglia a quell'adolescenza che non ho mai avuto.
Tu me la offri su un piatto d'argento, come se fosse poca cosa ed io me la prendo senza troppi complimenti e torno giovane dentro, senza imbarazzo.
E' difficile fermare la felicità. Le parole non scivolano automatiche come quando si è tristi e il sentimento, simile all'acqua, incombe sul limite estremo del bicchiere e ne puoi sentire il pelo poggiando il dito su quella precarietà. E allora ti chiedi se sia il caso di riempire educatamente il bicchiere evitando ogni impercettibile vibrazione o trasbordare rumorosamente. La tristezza si accompagna alla seconda azione mentre la felicità è discreta come una signora per bene o come un tuffo senza schizzi.
Ed io resto qui a poggiare una mano sullo sterno e gioisco constatandone la leggerezza, l'assenza di quel dolore così noto fino a un pugno di mesi fa. Ho snodato le emozioni negative e loro, finalmente libere, sono volate via da me, come farfalle colorate. Tu, in quello spazio nuovo, hai piantato alcuni germogli e loro continuano a crescere sotto la tua sapiente mano di giardiniere e custode.
Perché io voglio davvero essere la tua Primavera.

8 aprile 2013

What can I do?

Dolce e stupenda Valentina,

Ascolta quello che senti e non camuffarlo. Non addobbarlo, non condirlo, non metterci il cerone sopra, il rossetto fiammante della Mac. Lavalo, dagli una spruzzata di acqua di rose al massimo e odoralo. Cerca di vedere quel che resta perché quel che resta è quel che c'è per davvero.
Sii gentile con te anche se hai sbagliato per l'ennesima volta. Passa davanti allo specchio e sorriditi... Se gli altri ti dicono che hai la risata contagiosa, vuol dire che è vero.
Probabilmente il tuo accanimento dipende dal fatto che sei orgogliosa e non tolleri i passi falsi. Non capisci come tu possa esserti ingannata... Eppure ti amavi tanto (o era solo un'auto convinzione?)
E' da qualche tempo che ti sei annullata per lui, dimenticando gli altri, tutti quegli altri che non vedi perché hai il collo bloccato in una direzione sola. Libera le ossa, snodale con delicatezza e vedrai che il sole c'è, anche se sta piovendo per l'ennesimo giorno consecutivo di questa primavera finta. Oh, ti prego, Valentina... Togli quella  benda nera dai tuoi occhi incommensurabili! Hai sempre invidiato le persone superficiali che non sanno sentire... Smettila e pensa che tu puoi vedere oltre, che ti è stata data questa possibilità e che puoi fare qualcosa! Tanto non puoi "superficializzarti" a tuo piacimento, ok?

Guarda in faccia le cose e scegli. 

Buona fortuna, cara mia...



5 aprile 2013

Tre donne

Vorrei che questa tastiera non mi obbligasse a scrivere. Vorrei che fosse quella di un pianoforte e che le mie emozioni si traducessero spontaneamente su di essa. Perché scrivere non è per nulla facile.. E' come obbligarsi a sputare fuori il rospo. Ci sono invece delle azioni che ci consentono di sfogarci senza che ne avvertiamo la pesantezza... Suonare, ballare, fare l'amore. Sì, ora io farei l'amore e probabilmente piangerei questo senso d'insonnia interiore.
Mi sono appena obbligata a telefonare a mia nonna. Ho preso il cellulare con la sua povera carica vitale e ho composto il numero a memoria. Lo conosco da che ho dieci anni. Ha risposto la sua badante rumena che me l'ha subito passata senza chiedermi il nome. Ha detto "E' la nipote" ed io, mentalmente, l'ho ringraziata per questa negligenza non voluta perché sognavo (IO SOGNAVO) che lei mi riconoscesse dal timbro. Avevo bisogno di metterla alla prova.
E' da ieri sera che voglio chiamarla da quando, cioè, mia sorella mi ha informato del fatto che sta perdendo la ragione. Mi sono svegliata male, come ogni mattina ultimamente. Ho Saturno contro e un numero imprecisato di altri pianeti. Ma io non ce l'ho con Saturno... Ce l'ho col Sole perché non viene qui a scaldarmi e mi obbliga a sostituirlo con il mio fidanzato che non può supplire a tutto quanto. Non posso chiedergli anche questo e infatti me ne resto qui, remissiva e paziente come sempre, fingendomi quella che non sono, per aspettare la vita che non arriva mai insieme al tempo. 
Ho afferrato il cellulare dopo mille contrattempi finti, senza passare dalla "preparazione psicologica" e mi sono gettata a capofitto in quell'impulso. Se c'è una cosa che non sopporto è proprio essere preparata psicologicamente e questo perché la spietatezza del male ci coglie sempre impreparati. Cambia il momento ma non il fatto, per come la vedo io.
Nonna ha risposto con una voce molto affaticata ed io ho cercato di mostrarmi più ilare che mai. Lei, però, non mi ha riconosciuta e mi ha chiesto chi fossi. Le ho risposto che ero Valentina ma non ci sono rimasta male perché ha tante nipoti femmine. Ma più la telefonata andava avanti e più le sue frasi si diradavano nel senso logico, come quando butti la pasta nel colapasta e l'acqua esce tutta fuori: l'hai buttata là dentro apposta ma una parte di te non tollera quella perdita.
Nonna è stata ormai informata del fatto che vivo a Bologna da sola ma ha continuato a chiedermi "State tutti bene là? A mamma, u papà?" omettendo mia sorella, con quel fare da disco registrato che noi giovani non possiamo sopportare. E quelle benedizioni... Quel rosario infinito di celebrazioni religiose ripetute a chiunque, invariabilmente. Ho cercato di riportarla alla realtà specificando che vivo a Bologna, lasciando perdere il linguaggio "facilitato" che si usa agli anziani, nel disperato tentativo di metterla al mio stesso livello cerebrale, con quella presunzione sciocca che fa parte di me e che innervosisce enormemente mia madre. Nonna ha iniziato a non capire più nulla. Le ho chiesto se avesse parlato con mio papà e lei "chi? Chi è papà? Ah? Papà chi? Cosa?" silenzio. L'insopportabile silenzio di chi vaga bendato in un deserto e non trova nemmeno un albero su cui sbattere la testa. Eccola lì, brancolare nello spazio vuoto dei suoi nuovi giorni privati della memoria. La sua primavera senza alberi. Ed è su quel silenzio che cerco di riprendere fiato e di darmi un tono ormai mutato dal groppo in gola che si è inesorabilmente aperto con la deglutizione maledetta. La mia voce cambia senza che lei se ne accorga. Le lacrime scendono a fiotti man mano che realizzo il mio fottuto immobilismo, questa incapacità di organizzare la partenza per andare a trovarla. Sento che non posso farcela da sola, che la debolezza mi fa temporeggiare oltremodo, fino a farmi cadere vittima dell'ostruzionismo. Nonna non sente che sto piangendo. Nonna non sente nulla... Riparte la sua insopportabile nenia e mi chiede se voglia parlare con Maria che è lì con lei. La Madonna o la badante? Io stessa non so più nulla. 

Ci siamo noi tre in quello spazio grigio vuoto: Nonna, Maria e me. Già.

"Ciao Nonna, tieni lo spirito alto, mi raccomando!"

"Cosa?"

"Lo spirito alto!!" La imploro 

"Lo spirito? Quale spirito?"

"Ciao, Nonna."

25 marzo 2013

Un film

Quella visione estatica non mi abbandonerà più. 
Esistono attimi che, mentre li vivi, si contendono il primato dell'eternità con altri più modesti. 
Quando sei consapevole di questo, non esiste più nulla di diverso per il quale valga la pena vivere. Nessuna razionalità, nessun ordine prestabilito da seguire scrupolosamente. Solo A-more, assenza di regole. E' un etimo e niente più ma in esso vi è racchiuso il Tutto, immanente e chiaro come un quadro di Piero della Francesca. 
Lui, quel Lui che abita le mie pagine da ormai molto tempo, si prestava al mio sguardo in tutta la sua gentile maestosità, i contorni del corpo sbiaditi dai vapori caldi. Fuoriusciva da una visione a me nota da sempre eppure nuova. Quelle forme lievi, mutevoli a seconda dell'ora e del contesto, s'imprimevano violentemente nella mia mente acuta. Le lasciavo fare, senza imporre controllo alcuno, registrando ogni singolo frammento con precisione maniacale, in attesa dell'elaborazione attenta dei dati. Ma il tempo della registrazione è il più complesso che esista ... Somiglia al canto lirico e a tutte le arti in genere: concentrazione, tecnica e metodo sono al servizio della creazione, atto di per sé irrazionale. 
Con questi sentimenti contrapposti subivo il mio Uomo. Migliaia di riferimenti, improvvisamente, si accalcavano nella mia mente: pezzi di canzoni, citazioni letterarie, fotografie, odori e anche sapori. Tutto quel che sapevo ed ero giaceva lì, in quello spazio angusto diviso con lui. La mia anima tutta echeggiava con la sua, la misura dei nostri io così diversi eppure vicini risiedeva lì, finalmente appagata dal contatto, la nostra ossessione furibonda.
Sentivo la libertà assoluta di poter essere me, quella tentazione di esistere che, finalmente, trovava spazio e voce e urlava di gioia. L'immagine scenografica del mio corpo colpito da un dardo di luce, mi apriva il petto e da esso fuoriuscivano coloratissime farfalle ... La festa nel cuore. Questo era Lui in me e per me, il prodotto finito, messo a punto dal mio sopraffino processo di decantazione.
Alessandro puro ed innocente, Alessandro perverso e osceno, Alessandro lucente e divertente. Sarebbe sempre stato Lui, col suo nome da chiamare  a voce piena, senza avere paura. 
Ed eccolo lì, avvolto dai fumi, ogni riccio ben definito dall'acqua e le forme armoniose di donna. I suoi occhi ora divertiti come quelli di un bambino, ora liquidi e morbosi come quelli di un uomo assediato dalla voluttà, mi cingevano gelosi e registravano a loro volta tutti i frammenti di me, implacabili e precisi come una lente da laboratorio. La bocca semiaperta a raccogliere il piacere e la testa all'insù, metafora di perdizione. 
Libera di potermi abbandonare all'atto creativo, certa di poter essere accolta ed accettata in ogni mia espressione, dalla più dolce alla più peccaminosa, danzavo intorno al suo corpo, con gli occhi dischiusi e le mani arrese alle sue, così delicate e ben pesate su di me. 
Il contrasto tra le linee femminili e la sua possente virilità mi mandava in estasi, al punto da farmi capitolare ai suoi piedi, inerme e supplice ma mai paga. Lui perduto con me, liquefatto tra i miei umori, rapito e mai ostile a quella trama che andavamo intessendo, perfetta sin dalla prima esecuzione come certe canzoni Jazz. Improvvisati e splendidi.

Io so che tra le tante informazioni che andranno perse nel computer del mio cervello via via più vecchio, questa meraviglia non scomparirà. Il film che vivo, di cui non conosco né durata né articolazioni, è al suo inizio ed io mi lascio vivere ma per una volta, la PRIMA volta, sono protagonista e non spettatrice.  




12 marzo 2013

Peripatetica

Ci sono i pensieri passeggiati che sono molto più belli rispetto a quelli seduti. 
Io ho sempre sognato di avere una meravigliosa macchinetta collegata al cervello che potesse scrivere su un foglio di carta tutti i pensieri passeggiati, quelli della strada, quelli rapidissimi e pieni di poesia scaturiti dall'osservazione del mondo circostante. Il portatile non può supplire a tutto questo perché ha un'autonomia limitata e perché le dita non potranno mai essere rapide quanto il pensiero. E allora io penso alla morte, alla perdita di tutti quei frammenti di straordinaria bellezza e penso che la mia tristezza congenita sia frutto del perenne lutto che mi porto dentro. E' l'eredità degli scrittori e dei pensatori in genere e se ho cercato per una vita intera (intera sinora) una spiegazione alla malinconia ora, almeno, l'ho scovata.
Ogni volta che profferisco qualcosa di straordinario nella mia testa, penso che prima o poi lo ricupererò poiché è mio figlio ed un figlio non lo puoi proprio scordare in una stanza remota del cervello, per quanto grande. L'ala Ovest della Bella e la Bestia doveva avere qualcosa a che fare con tutto questo, ora che ci penso... Comunque, non divaghiamo!
Dicevo che il figlio è un pensiero... Ah no! Che il pensiero è un figlio! Però anche la prima aveva un "certain so" di realistico poiché i figli ti danno dei pensieri oppure ti danno da pensare. Insomma, mi sta andando in pappa il cervello! Vedete? Vedete quale tragedia è mai questa? Cinque minuti fa ero di umore romantico e volevo scrivere qualcosa di potentemente coerente (rima, fottuta rima!) e ora sono qui a vagolare in valentinese, senza possibilità di ricuperare il figlio! (L'ho sempre detto che l'istinto materno mi si è incastrato fra l'aorta e l'esofago, porca di quella puzzola di Pepe le Pew!)
Mentre passeggiavo di ritorno dall'incontro con la mia giovane pulzella 32enne, pensavo di scrivere una lettera struggente delle mie ed ero molto ispirata poiché il destinatario è un soggetto talmente affascinante che non è possibile non subirne l'ascendente (santo cielo quante "sh"!!! Sta' zitta, fa' silenzio!)
Ora, quelle impressioni, sono magicamente svanite e mi chiedo se le ritroverò mai. Se le raccogliessi, son certa che potrei scriverci su un libro intero e non annoiare nemmeno il lettore.
Può darsi che tutto sia nato dalla canzone che avevo in cuffia in quel momento e che ora riascolto per una seconda volta, immaginando di cantarla io stessa, ché voi sapete quanto il francese mi sia caro e familiare, accogliente e altolocato come un inglese non sarà mai. Mi soffermo sul pianoforte e penso che una canzone francese non ha bisogno d'altri strumenti per vibrare sospesa nello spazio libero lasciato dal cervello. Sopra c'è solo la scatola cranica e in quello stacco, il respiro, esiste. E' lì, forse, che si adagia la musica. Non so quel che sto scrivendo... Fluisce incontrollato senza correzioni di pensiero e senza dietro front perché così è tutto più bello, più vero e limpido.

Ho ritrovato uno dei miei figli mentre che respiravo. Sono qui per donarvelo mentre la musica sfuma...

"I tuoi occhi sono parecchio scuri per essere chiari. I miei occhi sono parecchio chiari per essere scuri".

Con questa frase da "ricomincio musicale" concludo il frammento. Da lei potrei partire per nuove mète narrative ma non è il momento. Non ancora, almeno.













8 marzo 2013

Antichrist

Charlotte mi ricorda me, quella me inquieta, crudele, spietata, erotica, febbrile, malaticcia e godereccia.
Sceglie sempre questi ruoli affini alla mia essenza perversa ed io ho bisogno di ritrovarla, ogni tanto.
Ho appena visto "Antichrist" di Lars Von Trier e la prima reazione è stata l'autoerotismo. Sì, dopo tutte quelle scene insostenibili non ho potuto farne a meno. 
Questo film mi è piaciuto molto forse perché fa bene capire di non essere soli nella propria follia o nei sogni rinnegati la notte. Diciamo che il regista ci autorizza a non avere freni, a guardare in faccia quel che abbiamo pensato e immediatamente dopo rigettato. La trasgressione sofisticata traspare da ogni frammento onirico e i  dettagli e i simboli sono disseminati ovunque. Ci vogliono cura, dedizione e fegato per tollerare questo film perché il ritmo è lento e le immagini sulla carne sono inconcepibili, sono quelle stesse immagini che ci tornano alla mente nei momenti meno opportuni, come quando andavamo in chiesa da bambini e ripetevamo nella testa di non dire le parolacce e quelle vorticavano sempre di più, ripetendosi a volumi via via più alti fino a farci sentire sbagliati come nessun altro accanto a noi. Quel vicino che sembra sempre senza macchia, a cui avremmo tanto voluto chiedere "capita anche a te?". 
La parola ricacciata in bocca, le labbra serrate, il gusto del peccato raccolto nelle quattro pareti della mente. Questo film è il coraggio di porgere quella fatidica domanda ed è la serenità all'indomani della risposta:

"Sì, capita anche a me".


3 marzo 2013

Natura

Io lessi "Terreno demenziale"e proseguii lungo la via pacifica, senza sincerarmi di quale fosse la verità espressa dal cartello.
Il sole era quello delle 17.24 invernali ed aveva ancora quel raro potere che fa sì che gli occhi, allo sbattere delle palpebre, vedano la sua forma apparire e sparire in ogni angolo di cielo. Avete presente quegli scherzi che vi fanno gli occhi d'estate, quando vi sembra di vedere mille lucciole impazzite o inusuali motivi decorativi? Ecco, insomma, il sole doveva possedere ancora molta luce per consentire tutto questo.
Proseguii tra quegli spazi di campagna staccati dalla città, commossa di poter annusare la terra, mio elemento, e di vederla a ridosso dell'acqua insolitamente immobile, ravvivata soltanto raramente da alcuni rami timidi che poggiando il loro limite su di essa andavano a formare delle V. Pensavo, allora, alla nomenclatura della natura, ai suoi messaggi segreti, alle tante coincidenze che io sola avrei scorto perché la creatività non è comune a chiunque. Trovavo poi un altro cartello e vi leggevo sopra "Indovinello del Martesana". Ridevo lasciandomelo alle spalle, ancora una volta indifferente a quale potesse essere la sua personale verità. Io sono sempre stata così: una che non sa vivere le cose fino in fondo perché teme di scomporne l'equilibrio interno. Mi piacciono quelle cose che passano e che non ritorneranno mai più. Mi piace il dolore sottile che si genera dentro di me al perdere senza sapere cosa ho perso, certa che prima o poi la rivelazione totale e definitiva arriverà. 
La terza cosa  che vidi furono due papere, due normali papere al limitare del naviglio che chiacchieravano amabilmente. Sì, io sono certa che stessero chiacchierando poiché quando mi voltai nella loro direzione mi guardarono malissimo, come due zabette milanesi settantenni che vengano colte nel bel mezzo di una confidenza personale e non vogliano assolutamente essere disturbate da terzi. Le superai come se quella scena fosse del tutto normale e risi ripensando a tutte le volte in cui Dalila soleva autodefinirsi "papera" per quel suo adorabile musetto e per i piedini a forma di pinna. Risi di gioia sincera anche perché in quel momento il mio telefono stava suonando "Alabama Song", una delle nostre amatissime canzoni...
Poi feci retro front, stanca di pedalare, e scesi dalla bici per camminare. Sentivo la mia andatura ridicola, vagamente claudicante. Dalla precedente altezza passai ad una bassezza straordinaria. Immersa in quell'immensità mi sentivo piccola piccola e serena come io non sono mai. Gli spazi aperti, la terra, l'odore dei frutti marciti e il sole... Ora lo potevo guardare dritto in faccia senza temere le allucinazioni. 
Piano piano la mia andatura si fece normale, sicura e quieta. Avevo deciso di camminare per dilatare il tempo e per darmi quelle risposte che avevo lasciate in sospeso mentre pedalavo.
Allora lessi "Idrovia del Martesana" al posto di "Indovinello del Martesana", poi "Terreno demaniale" al posto di "Terreno demenziale" e le papere... Le papere non chiacchieravano più. Le papere procedevano lente lungo la loro ignota via.

Ché io non avrei proprio voluto sapere.

19 febbraio 2013

Io ho ancora dei sogni, loro no.

Sogni, cosa volete dirmi con le vostre immagini scarne?
Volete ch'io v'interpreti davvero o state solo giocando con me?
Non siete sogni ma presenze reali sul filo del corpo.
La mia sensorialità si apre a voi e riceve tutto, il male come il bene.
Non vi posso chiamare incubi perché tutto serve e la bruttezza non esiste. Basta capovolgere il quadro. Come certe foto (direbbe Dalila...) che risultano inguardabili con la prospettiva originale e poi, basta girarle, per capire quanto siano incommensurabili e prive di difetti.
I miei sogni sono così e anche i più belli hanno qualcosa di osceno, come le foto di David Lachapelle o come i film di Tarantino che lasciano ben poca poesia allo spettatore e sono apprezzati senz'altro per diversi aspetti.
I miei sogni sono spesso coreografie curatissime e appassionate di balletti classici o moderni. Somigliano a quei biglietti di compleanno che se li apri esce fuori la musichetta. Solo che le mie musiche hanno un tale volume dinamico che finiscono per destarmi proprio sul culmine della perfezione, a pochi passi dalla comprensione razionale di quel che sta accadendo. Ma a quella vetta non arrivo mai. Senza essere una psicoterapeuta, posso dire di aver compreso qualcosa: i miei sogni sono una metafora della vita che conduco ma, più di questo (che per essere onesti non è niente di trascendentale visto che è comune a chiunque ...) sono esemplificativi del modo con cui vivo gli eventi, dell'atteggiamento soggiacente. Tante persone soffrono di manie di controllo e non tollerano gli imprevisti, i fuori onda, e la diretta (ho un linguaggio troppo cinematografico, ora che ci penso...) Io, invece, credo nell'inesorabilità e nel fatto che non ho i mezzi per essere più forte della vita stessa. Quella è solo un'illusione di controllo, per l'appunto. Posso decidere di essere consapevole di quel che sto vivendo ma nulla più. Se dovessi stilizzare la mia immagine in un disegno, penso che mi raffigurerei circondata da una folla di gente, con le braccia spalancate, mentre marcio nella direzione opposta alla loro, con un sorriso vivo stampato sulla bocca. Ecco, quella sono io: una figura positiva che si prende ingenuamente tutto quel che viene, anche un piede grosso che le calpesta il suo o uno sgambetto o, perfino, un mitra.
I miei sogni sono così "scorrelati" perché nemmeno nella vita al di fuori di loro c'è un nesso logico. Io faccio i passi più lunghi della gamba, mi butto dentro ad imprese titaniche che lasciano tutti quanti con il mento a terra  e poi vedo come va, da brava prima spettatrice. 
Questa mattina ho sentito un bacio sulla fronte da parte di mia sorella. Dev'essere passata verso le 7 o giù di lì. Ho sentito che è entrata in camera dallo spostamento dell'aria e i miei occhi semiaperti hanno scorto la luce dell'anticamera accesa. E' entrata ridendo di quella risata dolce e infantile che le è tipica. Mi ha guardata e ha detto alla mamma "Guarda com'è bella" e mi ha baciato sulla fronte, al ché ho preso a sorridere per farle capire che mi aveva svegliata e per trattenerla un po' con me ma lei è scappata via subito e le mie braccia hanno continuato a navigare nel vuoto, in attesa di quell'abbraccio fraterno. Dopo questa immagine, sono andata a finire a Milano davanti all'università e voi direte che non v'è nulla di strano in tutto questo ma il punto è che Milano era Lione e l'università somigliava infinitamente alla residenza André Allix però non era nemmeno lei... Era un luogo noto ma mai visto prima. Io avevo in mano il mio cellulare e tentavo l'accesso ad una qualche applicazione ma senza successo. Tutto era chiaro e limpido nel corso del sogno ma, al di fuori di esso, non mi è rimasto niente di preciso in testa e questo mi rende nervosa e inconcludente. Terminata questa brevissima immagine a metà tra la primavera e l'estate, sono finita in una piscina di Lione in cui presenziavano le peggiori bimbeminkia del mio paese in atteggiamenti inequivocabilmente sensualoidi. Io davo segni di grande inquietudine e speravo di fuggire il prima possibile poi mi ritrovavo con Dalila e altre amiche ignote sotto un portico moderno da ospedale e incrociavo la Policastri (compagna delle superiori) che mi chiedeva aiuto. Io le voltavo le spalle perché odio quelle che si spacciano per tue amiche adulatrici dopo anni che non ti vedono solo per ottenere un favore. Non so di quale favore si trattasse fatto sta che alla fine m'impietosisco e le dico pure che mi è mancata molto e iniziamo tutte e cinque a correre sotto al portico mentre "Spiders" dei SOAD si spande nell'aria in tutta la sua potenza drammatica. La nostra corsa apocalittica è cinematografica nel senso che siamo figure che si trascinano a rallenti per quel corridoio aperto e la poesia è immensa almeno quanto l'insensatezza di tutto questo. Un primo piano va alle gambe toniche tese in quello sforzo sovra umano e il secondo agli sguardi contriti e fieri. 
La musica diventa assordante ed è lì che mi sveglio dolorante, con una grande sofferenza alla pancia e la consapevolezza che ognuna di queste immagini è dipesa dal male notturno e dai fiumi di porpora incessanti. 
Vado in bagno in preda ai capogiri, certa di avere il viso più bianco del pail che indosso. Osservo con un attimo di smarrimento il mio dissanguamento e penso che mi ci vorrebbe una trasfusione perché era da anni che non mi conciavo così. Chiedo a mia madre di portarmi un cambio e lei mi chiede se le ho forti. Non parlo e mi limito a mostrarle il risultato. Per poco non sviene e le si lucidano gli occhi. E' così altruista che chiederebbe un permesso familiare solo per potermi accudire. Le sorrido in maniera rassicurante e le dico che va tutto bene e che dipende senz'altro dalla cura che ho fatto. Insoddisfatta dalla mia spiegazione prende e se ne va. 
Accendo la tv, oggi i giornalisti sono in sciopero ed esulto perché forse avremo una tregua per riposare le nostre orecchie martellate dalle informazioni sulle elezioni politiche 2013. 
Uno Mattina trasmette un servizio sul Darfour. Gli ospedali sono chiusi e i bambini muoiono. Le donne vengono violentate quotidianamente. 
Io ho ancora dei sogni, loro nemmeno quelli. 

Shanti - Shanti - Shanti!

15 febbraio 2013

!

Mi faccio violenza, vado contro i principi dello yoga, mi butto a capofitto in questa esperienza quando ancora la ferita è fresca, forse troppo. Mi estendo oltre questi limiti e per qualcuno potrebbe significare che mi voglio fare del male gratuito... Qualcun altro, invece, potrebbe intendere il senso recondito e stimarmi e magari credere in me.
Io ho una colpa: l'aver amato questo ragazzo che probabilmente non meritava il cuore che gli consegnavo con entrambe le mie mani tese in avanti. Ma basta capovolgere la figura perché diventi qualcos'altro e subito acquisisca un valore aggiunto che prima era impossibile notare: ho capito che sono capace di amare e questo è un grande privilegio. Amare ha rafforzato la mia autostima perché è un esercizio di costanza, forza, fiducia e fedeltà. Io non sono come la maggior parte della gente che si stanca della persona che culla nella mente dopo qualche mese e poi, complice la noia, se ne va. 
Potreste pensare che questa considerazione sia superflua o banale ma sappiate che è una grande scoperta da fare su se stessi quando si è sempre stati infedeli e per nulla dediti all'impegno. Ho compreso, in ultima analisi, che non sono un terreno arido, che sono un albero all'apparenza morto ma da cui esce ancora la linfa se si prova a conficcargli una lama dentro. E se ho amato lui posso tornare a farlo.

La ferita, come dicevo, è molto fresca ed io mi metterò alla prova spudoratamente. Sarà come prendersi a randellate il cuore, sradicarlo dal petto, tirargli pompe e pompette e vedere il sangue schizzare da tutte le parti mentre lo si scarnifica con le unghie (ahahhaahahah!! Adoro i racconti vividi!) però io devo arrivare alla mèta che mi sono prefissa: smettere di collegare quella città a lui e sviluppare altre abitudini, conoscere gente nuova e divertirmi davvero! E poi non è nulla di eterno... Questa mossa mi darà delle risposte e poi io valuterò quel diavolo che desidero dalla vita. 

Ora devo pensare a: 

1. Studio
2. Lavoro
3. Singletudine
4. Controllo e gestione del denaro
5. Benessere psicofisico della MIA persona 

Ecco. Addio.

14 febbraio 2013

Bologna che io scrivo Bolgona perché sono scema e frettolosa

Sono sul treno e sento che dovrò fare affidamento a tutte le mie capacità di autocontrollo per evitare di chiamarti, per godermi la città senza sentire la lama affondare nel cuore ogni volta che incrocerò un luogo visitato insieme. Detesto la mia memoria fotografica o cinestetica, chiamala come vuoi... Detesto calpestare i luoghi quasi fossero la tua faccia o il tuo corpo e considerarli tabù spaziali piuttosto che semplici "luoghi". 
E se io decido di intraprendere determinati viaggi, lo faccio per abituare il mio cuore ai martellamenti che non sono semplici battiti ma scossoni sconquassanti (lo sai che adoro le allitterazioni ...). M'illudo che così facendo potrò tollerare qualsiasi cosa, mettere a tacere questa mia sensibilità ingombrante e ridimensionarla che è quello che poi devono fare tutti gli altri. Non è che io sia un essere speciale e quindi esente da determinate responsabilità ... Sono una come tante diversa da tutti (e questa frase meravigliosa l'ho rubata ad un uomo mai incontrato personalmente, conosciuto anni fa sulla community di libero.it che celava la sua identità dietro al nicknmame "fabio72dgl" o qualcosa del genere). 
In realtà non sono sul treno, lo ero ieri ma amo parlare del passato utilizzando i tempi presenti e quindi ti dico che sono sul treno con tanti sentimenti misti dentro, non ho accanto nessuno e posso leggere "L'immortalità" di Kundera tranquillamente. Il problema è che la lettura mi ha sempre conciliato il sonno e quindi riesco giusto a leggere due capitoli e poi abbandono l'idea, lasciandomi trasportare dalla musica che ogni tanto tradisco relegandola ad un semplice moto d'accompagnamento e nulla più. I miei pensieri, sai, sono così gravi che sotterrano la sua leggerezza e mi fanno correre in bagno ogni volta che realizzo il fatto che oggi non ti rivedrò e che non cederò alla tentazione di farti sapere dove sono né perché. Questo, bada bene, lo dovrò fare ogni sabato per 15 mesi e non sarà facile. Men che meno qualora decidessi di trasferirmi (ipotesi più che plausibile...). Insomma, ho fatto questa pazzia e non so quante altre ne farò ma il mio adorato amico Paolo dice che mi ha fatto i tarocchi e intravede la mia rinascita assoluta e potente ed io voglio crederci! Questo treno mi sta portando verso una delle città che più amo al mondo ed è qui che tornerò per "formarmi" in questa arte straordinaria e per conoscere nuova gente. E' qui che svilupperò nuovi occhi e che capirò che il mondo non finisce entro i confini del tuo corpo-casa
Arrivo a Bologna senza accorgermi e, naturalmente, non seguo la strada che mi viene consigliata dal direttore della scuola perché sono in netto anticipo e posso vagheggiare serena, gustandomi le ignote sorprese che questa cittadina so mi riserverà. Alla fine, però, mi perdo e sono le 11.02, ragion per cui chiedo indicazioni ad una signora bellissima che mi fa subito morire di tenerezza in quanto non mi dà delle semplici indicazioni ma si prodiga in spiegazioni iper accurate che mi fanno comprendere esattamente dove sono. Mi fa un grande in bocca al lupo e mi dice che quando verrà a Milano le potrò ricambiare il favore ed è lì che sfodera il primo, bellissimo sorriso emiliano della giornata. Io che sono milanese d'adozione tremo un po', complice il fatto che a pochi giorni di distanza dal mestruo, piango per qualsiasi cosa, anche per un sorriso gratuito. Quella lacrima lei non la vede perché sono mascherata dai miei occhiali Janis Joplin che ho portato con me supponendo il bagliore candido della neve anche a 230 km di distanza da casa mia... 
Via delle Lame è felice anche solo per il nome perché mi fa tornare alla mente la mia Annince quando imita il Tia di Quarto Oggiaro e che suole dire "Guarda che ti lamo!!" con fare minaccioso da decenne che fa brutto. Un nuovo moto nostalgico mi coglie, stavolta, preparata e procedo sorridente (non si sa bene per quale motivo) ascoltando "Alabama Song". Mi giro distrattamente, quasi fossi stata chiamata, verso sinistra e trovo davanti ai miei occhi la locandina cinematografica del concerto dei Doors all'Hollywood Bowl che verrà trasmesso in tutta Italia il 27 febbraio. Scatto una foto brutta col mio cellulare e tiro dritto e successivamente m'imbatto nella via dell'Accademia con una tachicardia ovvia. C'è il sole, non fa troppo freddo, indosso scarpe comode e non c'è nulla, proprio nulla, che possa turbarmi o nascondere quell'aria sorridente dal mio volto. I treni ad alta velocità hanno questo pregio straordinario che ti fanno cambiare vita in poco più di un'ora, senza che tu abbia il tempo d'ipotizzarlo.
Citofono ed entro nell'edificio storico che ospita la scuola e mi accoglie il professore di dizione che mi mostra i diversi ambienti. Sono visibilmente emozionata: non ho mai visto una struttura tanto bella accogliere il Sapere. Sono abituata agli ambienti freddi e funzionali. Qui il soffitto che ospita le scenografie realizzate dagli studenti è alto 15 m ed è completamente affrescato. Devo riavermi un attimo prima di poter proseguire... Leggo il contratto, lo firmo, pago e divento un'allieva di doppiaggio a tutti gli effetti, proprio io che due giorni fa imprecavo e piangevo disperata senza trovare pace o stimolo in nulla. Dopo la telefonata salvifica che abbiamo avuto, sono riuscita ad avere tutto più chiaro, a sentire quella benedetta cesura. Una cesura educata, meno crudele del previsto. E' lì che ho visto me senza te (finalmente) e ti ho ringraziato e credo che tu lo abbia colto dal tono della mia voce che tradiva una dolcezza commossa ma consapevole della "novità".
Finisco di visitare l'Accademia e mi chiedo che diavolo farò, da sola, senza te e senza Dalila. I miei sentimenti sono appunto confusi e mi chiedo sinceramente a quale forza mi appellerò per sostenere la violenza della città. Superato questo smarrimento capisco che sono libera e che posso lasciarmi sorprendere piuttosto che cedere il passo alla malinconia. Ho il biglietto di ritorno e il treno partirà alla volta di Milano alle 16.05 e ho ben quattro ore davanti a me per perdermi e non badare a nessuno. 
Piazza Maggiore e le due torri sono al mio cospetto, ripercorro le nostre conversazioni ma non mi fanno più male e poi sento un languorino e mi fermo ad una sorta di Spizzico bolognese perché non posso sedermi in nessun locale, visto il mio naturale pudore...
Poi succede una cosa stranissima e incontro un ragazzo molto bello. Un momento! Ma quel ragazzo sembra Stragà! Lo guardo con gli occhi sbarrati, gli sorrido, lui ricambia e conferma alla mia domanda di essere proprio Federico Stragà. E' gentilissimo e si ferma a parlare con me e dice che sta andando al caffè dell'altro capo della strada per chiedere di suonare da loro a fine marzo. M'invita e gli rispondo che non so se sarò a Bologna ma che, nel qual caso, passerò senz'altro! 
Dopo questo incontro ho un sorriso iper ebete in volto e mi addentro per le varie viette pittoresche fino a imbattermi nel ghetto ebraico che è bellissimo e ritagliato dal nostro tempo. Successivamente finisco nella zona universitaria e trovo una libreria antichissima che vende testi straordinari a prezzi stracciati. E' lì che vivo una vera e propria sindrome di Stendhal e mi chiedo che cosa proverebbe Dalila in un posto del genere. Il libraio è un tipico orso/topo da biblioteca ma è un uomo bellissimo. Quel luogo ha un odore di dolci e di vecchio a cui proprio non posso resistere. Non sto a dirvi cosa acquisto perché è una sorpresa però non potete capire la mia gioia...
Alla fine giungo in Via Zamboni e uno sciame di studenti affascinanti e giovani mi travolge. I bar e le edicole sembrano essersi fermati agli anni '70 e trovo una rivista che parla dei primi Pink Floyd. Vorrei comprare un milione di cose ma non posso perché questo è il tempo dei sacrifici e dell'impegno. 
Superata la zona universitaria con i relativi sguardi furtivi e succosi, mi fermo in un bar che m'ispira e dentro trovo un ragazzo carino e iper gentile che mi prepara un mocaccino in mancanza del caffè al ginseng di cui sono ghiotta. Chiacchieriamo un bel po' e gli chiedo se sono distante dalla stazione e se, secondo lui, le agenzie interinali sono aperte visto che ho bisogno di lasciare i cv per credere in questo sogno. Mi risponde accuratamente e conferma che mi trovo vicino alla stazione ma che non mi assicura nulla circa l'apertura delle agenzie. Quando me ne devo andare si presenta, mi stringe la mano e mi dice che sono molto carina e che posso passare da lui quando preferisco. Com'è possibile che in Emilia le persone siano così diversamente carine rispetto a Milano?!
Da quel momento, proseguo per via Mascarella/Iniero e m'imbatto nell'edificio che ospita la facoltà di Scienze naturali e Biologia. Trovo al suo interno l'orto botanico che è visitabile gratuitamente. E' in quel luogo che mi trasformo in una bambinetta curiosa e scatto un sacco di foto, parlando con un signore gentilissimo che mi apre le serre tropicali e mi presenta la Sig.ra Mimosa Pudica!! Lei si ritrae se provi a sfiorarle le foglie. Una pianta non mi ha mai intenerito tanto e oggi che è S. Valentino la vorrei al posto delle rose...
L'orto non è al meglio delle sue possibilità viste le temperature rigide però è incantevole e completamente vuoto. Posso addentrarmi anche nei sentieri segreti e giungere in cima per ammirarlo dall'alto. Penso a Dalila e a quanto amerebbe questo posto... 
Uscita da quel giardino segreto vado dritta senza meta perché sono ancora le 14.30 e capisco che mi sto allontanando sia dal centro che dal mondo. Incredula più che mai giungo ad una via che si chiama Pichat e leggo "Dipartimento di Psicologia". Il mio cuore si arresta un attimo e faccio quel che è ingiusto fare: ti chiamo a casa in anonimo per verificare se ci sia anche solo una remota possibilità che tu sia all'interno della tua facoltà. Rispondi ed io resto muta ma non riattacco. Tu dici: "Pronto! Pronto ... Pronto, pronto, pronto! Beh, posso fare un monologo! Nacqui / crebbi ... Eheheh! Beh, visto che non è pronto, richiamerà!" e riattacchi. Non so come riesco a trattenere le risate a quel "Nacqui / crebbi" ma grazie al cielo ce la faccio.
Proseguo e trovo una fermata dell'autobus e lì un ragazzo che lo attende e che mi osserva con un sorriso timido mentre mi avvicino. Gli chiedo dove sia la stazione e lui mi dice che è a 20 minuti di cammino ma aggiunge "Al passo a cui andavi tu, ci arrivi in 15 minuti" e anche i suoi occhi verdissimi sorridono. Lo ringrazio e penso che c'è qualcosa di straordinario in tutte questo: nel modo in cui mi ha analizzata e nella sua espressione così familiare. Di Bologna mi porto a casa la facilità nello stringere legami piacevoli e mai volgari.
Giungo in prossimità della stazione e trovo una decina di agenzie per il lavoro che accettavano il pubblico solo al mattino del martedì o del mercoledì a seconda. Troppo tardi, penso, ma tanto non ho certezza di quel che farò!
Il parco di V.le Indipendenza (che è quello che ha visto la nostra ultima giornata insieme) mi si spiana davanti agli occhi. Salgo la splendida scalinata e trovo la panchina in cui tu "mi guardavi malato d'infinito" (per citare me stessa). La oltrepasso per non morire troppo e un ragazzo straniero e invasivo mi dice "Ciao bella. Passeggi nel parco?" Io annuisco educatamente ma sono molto arrabbiata perché odio quando qualcuno di non autorizzato s'intromette tra me e i miei pensieri.
Inizia ad inseguirmi ad una debita distanza ed io mi agito. Voglio sedermi perché non mi sono fermata nemmeno un attimo ma non mi sento sicura. Alla fine lo faccio lo stesso, mi metto a leggere, lui mi passa davanti molto lentamente e, vedendo che non lo degno di qualsivoglia considerazione, ci rinuncia e si siede accanto ad un dodicenne che sta alla panchina attigua alla mia. Sono un po' preoccupata per quel ragazzino ma vedo che fanno amicizia e mi calmo. 
Scendo le scale per andare a prendere il treno nonostante manchi ancora mezz'ora e vedo che reca 35 minuti di ritardo. Questa cosa, non so perché, mi fa cadere il morale sotto i piedi ed esamino tutti i treni diretti a Modena e mi emoziono per poi ricadere sulla terra e capire che la mia dignità è e deve rimanere più alta di qualsiasi debolezza o bisogno secondario. So che la resistenza mi farà acquisire una stima molto più alta di me. Esco e vado a prendermi un cappuccino nel bar davanti alla stazione e vedo che il mio cellulare ha una chiamata più due sms. E' la mia Dalila che (come un balsamo salvifico) è venuta a salvarmi dallo sgretolamento malinconico. La chiamo fino all'esaurimento inesorabile del credito e conversiamo per una decina di minuti. I due baristi sono gentilissimi e uno dei due è davvero bello. Mi dice che mi preparerà il cappuccino con amore ed io divento rossa. Appartiene a quella categoria di cappuccini eccezionali, dalla schiuma impalpabile, quasi pannosa che sono già dolci prima ancora di zuccherarli, paradossalmente.
Esco felice da quel posto, mi armo di santa pazienza e attendo il treno del ritorno. Parto alle 16.50 piuttosto che alle 16.05 (sono solo due cifre invertite, in fin dei conti...) e tutto vola rapidamente mentre leggo mille cose diverse, divertendomi. Accanto a me c'è un milanese dal viso germanico che si scompone con riverenza appena devo alzarmi per andare in bagno ma poi, quando scende a Milano Rogoredo, mica si azzarda a dire "Salve e buon proseguimento!"
Arrivo a Milano alle 18.10. La metro per Gessate arriva di lì a poco e alle 18.50 sono al mio paese, arrivo a casa correndo alle 18.55, mi vesto per la lezione di Yoga e alle 19.02 sono lì con un sorriso smagliante sul volto. 
E' da più di due ore che scrivo e ora aleggia nell'aria un puzzo strano che è quello esalato dal mio corpo non ancora lavato... Pertanto ti/vi saluto e vado a porre rimedio a questa tragedia! 

Sleeping

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