11 novembre 2016
15 settembre 2016
Spaccacuore
Per stare bene dovrei smetterla di curarmi degli altri e pensare solo a me stessa.
L'egoismo e l'indifferenza, però, non sono miei tratti salienti e quindi devo ancora una volta instillarmeli da sola, fingendo di possederli per natura.
Solo che è difficilissimo. E' come se mi obbligassi a dire che i Modà e i Queen sono la stessa cosa e che amo i primi a discapito dei secondi. Perché mai dovrei farlo?
Ogni giorno non faccio che giungere a conclusioni giuste ma nefaste. La mia conclusione è che essere me stessa mi provoca più male che altro. A dir la verità non capisco per quale motivo gli psicologi ci tengano tanto a farci comprendere l'importanza di essere noi stessi.
Ora vi dico come sono io e poi fatemi sapere se mi conviene, ok?
Sono apprensiva, affetta da manie di controllo, diffidente, debole, emotiva fino a che devo mettermi a scrivere le mie memorie dal pc del lavoro per non scoppiare a piangere in pubblico. Infantile perché scalcio i piedi a trent'anni suonati, impaziente (o forse no, perché tanta gente mi ha detto che al mio posto non ce l'avrebbe mai fatta a tollerare quel che tollero io), incostante, vulnerabile, umorale, incontenibile nel bene e nel male, troppo buona, d'intestino perennemente sofferente pur con l'intervento provvidenziale del gluten-free, alla perenne ricerca di stimoli nuovi ma incapace di gestire le novità. Soprattutto, non sono assolutamente capace di farmi i fatti miei quando si tratta della vita delle persone che amo.
Ma la domanda è: se io ho tutto questo bisogno di consigliare, controllare e dirigere la vita di chi amo, non sarà che in realtà non amo proprio nessuno?
Perché amare significa accettare l'altro incondizionatamente.
Io, invece, dico sempre "Ci sono delle cose che non vanno ma, a parte queste, è tutto stupendo". Allora m'impegno in ogni modo a cambiare quelle che non vanno, dando delle dritte, partendo dunque dal presupposto che io sia una persona migliore di quella a cui impartisco ordini. Ma se fossi davvero "superiore" o "migliore", credo che starei bene con me stessa e mi piacerei. Invece non è così. Non sono per nulla soddisfatta e nulla mi appare mai semplice. Oppure vado avanti bene per due o tre giorni al massimo e poi tocco il fondo nuovamente. La psicologa mi ha fatto già ragionare su alcuni punti.. Mi ha chiesto "Ma tu vuoi accollarti davvero tutte queste responsabilità?"
Beh, non lo so. Dato che me le sono sempre accollate, non ho idea di come possa essere un'altra vita. Per me è sempre stato naturale agire così.
Più mi leggo, però, e più mi rendo conto che ci sono tanti segnali di cedimento e mi abita un nuovo tipo di curiosità, una nuova domanda:
E se la smettessi di controllare tutto? E se la smettessi di dare consigli che, puntualmente, non vengono ascoltati? Tanto lo so che ognuno segue la propria testa ed il proprio cuore e che i consigli non servono ad un emerito cazzo finché il lavoro non lo elaboriamo noi in autonomia.
Magari sì: magari decido che da oggi lascio fare agli altri le proprio scelte ed i propri sbagli e che magari se li smazzino tutti da soli.
13 settembre 2016
E come dice la Ferilli: "Rimbocchiamoci le mani(che)!"
Tra un'ora e quarantadue minuti incontrerò la mia psicologa. Questa volta me la sono cercata vicino casa per non avere alibi "spaziali" da apporre al mio eventuale abbandono.
Quando mi agito do un'occhiata al suo profilo Facebook e ciò che pubblica mi conforta. Anche il suo sorriso è confortante e mi ricorda tanto la mia amica/collega Marie Vidal, di Lione.
Non so se dopo questo colloquio conoscitivo deciderò d'intraprendere tale percorso. Dipenderà tutto da quello che mi susciterà questa persona. Già il fatto che abbia solo un anno in più di me e che sia un Acquario mi solleva sostanzialmente. Perché? Perché le donne Acquario sono più leggere ma incredibilmente profonde. In più, la sua giovane età, mi fa ben sperare e sento che si creerà una condizione di maggiore empatia ma senza i pericoli di un rapporto d'amicizia. Spero di non averla già idealizzata più del dovuto come al mio solito... :)
In ogni caso mi sento molto emozionata, come ogni volta in cui mi butto in qualcosa di nuovo.
Non so se in questi casi si debba fare ordine nella propria mente per capire di che cosa parlare.. Io ne sento il bisogno per farle avere un quadro quanto più completo di me. Potrebbe chiedermi per quale motivo abbia deciso d'intraprendere un simile percorso. Le risponderei questo:
"Sono qui per tanti motivi. La mia irascibilità, la rigidità che m'impedisce di lasciar correre, la poca autostima, l'ansia, l'ossessione di controllare la vita degli altri, il superamento della fine di un'amicizia che credevo infinita".
Partirei da queste cose. Il lavoro da fare è molto ma non sarò sola. So per certo che la psicologa non detiene una bacchetta magica ma farà in modo che io trovi gli strumenti per usarla con me stessa. Magari mi aiuterà a vedere quel che è ancora profondamente oscuro, tutto quello che ho seppellito per vergogna. Non lo so: immagino che le lascerò fare il suo mestiere che io (grazie al cielo) non conosco.
Quando mi agito do un'occhiata al suo profilo Facebook e ciò che pubblica mi conforta. Anche il suo sorriso è confortante e mi ricorda tanto la mia amica/collega Marie Vidal, di Lione.
Non so se dopo questo colloquio conoscitivo deciderò d'intraprendere tale percorso. Dipenderà tutto da quello che mi susciterà questa persona. Già il fatto che abbia solo un anno in più di me e che sia un Acquario mi solleva sostanzialmente. Perché? Perché le donne Acquario sono più leggere ma incredibilmente profonde. In più, la sua giovane età, mi fa ben sperare e sento che si creerà una condizione di maggiore empatia ma senza i pericoli di un rapporto d'amicizia. Spero di non averla già idealizzata più del dovuto come al mio solito... :)
In ogni caso mi sento molto emozionata, come ogni volta in cui mi butto in qualcosa di nuovo.
Non so se in questi casi si debba fare ordine nella propria mente per capire di che cosa parlare.. Io ne sento il bisogno per farle avere un quadro quanto più completo di me. Potrebbe chiedermi per quale motivo abbia deciso d'intraprendere un simile percorso. Le risponderei questo:
"Sono qui per tanti motivi. La mia irascibilità, la rigidità che m'impedisce di lasciar correre, la poca autostima, l'ansia, l'ossessione di controllare la vita degli altri, il superamento della fine di un'amicizia che credevo infinita".
Partirei da queste cose. Il lavoro da fare è molto ma non sarò sola. So per certo che la psicologa non detiene una bacchetta magica ma farà in modo che io trovi gli strumenti per usarla con me stessa. Magari mi aiuterà a vedere quel che è ancora profondamente oscuro, tutto quello che ho seppellito per vergogna. Non lo so: immagino che le lascerò fare il suo mestiere che io (grazie al cielo) non conosco.
2 settembre 2016
Ora che sono... Ora che sono qui, in questo stupido stupido hotel
"A volte perdere quello che si voleva salvare può essere la vera salvezza" - Massimo Bisotti
Sto riflettendo da qualche giorno su questa frase. Solitamente detesto gli aforismi che si trovano in rete da autori pressoché sconosciuti ma è anche parecchio triste che si valuti l'apporto di una persona solo sulla base del tempo che passa, quasi che questo potesse automaticamente dar rilievo a qualcuno che quel rilievo lo possedeva già.
Sì, magari il Sig. Bisotti è giovane e si è tatuato la sua frase più famosa sul petto come il peggiore dei tamarri ma ritengo che la frase di cui sopra possa essere di grande aiuto per chi, come me, vive ancorato ad un mondo di idee ed impiega anni a demolirle, perché crede che siano giuste o perché vuole trovare a tutti i costi il buono anche dove, apparentemente, non c'è. Insomma, si sa che sono ostinata come ogni Toro che si rispetti e che le novità non le prendo affatto bene.
Sono anche una che accusa fisicamente il dolore interiore e ho acquistato un libro di Metamedicina apposta per risalire alle cause che hanno portato allo sviluppo di un determinato disagio. Penso che prenderne coscienza sia un buon esercizio ed una potenziale cura. In questo modo so che il mio atteggiamento di fronte a certe situazioni comporterà una conseguenza fisica (per quanto sottile e quasi del tutto innocua) e che potrò mutarlo per eludere il sintomo. E' un libro che insegna a guardare oltre e a diventare un po' dottori di sé stessi, auscultandosi attentamente. Senza l'apporto di Dalila, probabilmente, non mi ci sarei mai avvicinata e la ringrazio. La ringrazio per tutto quel che mi ha lasciato, per gli spunti positivi, per il suo amore oserei dire "colto", per come ha tentato di "risolvermi". Siamo andate troppo al di là ed ora è il tempo della lontananza e della divisione. Probabilmente questo tempo non si concluderà mai e lo capisco. Noi occidentali non siamo come i giapponesi con il loro Kintsugi e non siamo nemmeno come Leonard Cohen che dalle crepe faceva penetrare la luce... Noi vediamo le crepe e le troviamo antiestetiche. Crediamo che se una cosa si sia crepata è perché non meritava di vivere o perché le crepe (anche se rimarginate, riempite o lasciate così come sono) non restituiscono mai la medesima forza originaria. Gli oggetti crepati sono più fragili e suscettibili di distruggersi per sempre, una volta caduti di nuovo.
La procedura del Kintsugi restituisce forza e solidità all'opera ma quanto costa? Costa tanto perché si parla di oro. Noi occidentali, per mettere dell'oro nelle nostre crepe e renderle più attraenti, impieghiamo degli anni ed è difficile esigere che qualcuno abbia la pazienza di attendere il completamento dell'opera. Si abbandona, pertanto, la persona "crepata" perché è più semplice e perché si perde la fiducia nelle sue capacità. Si pensa che questa non arriverà mai all'Oro.
Da qualche parte, nella mia anima, io ho qualcosa di giapponese perché le persone le attendo (sempre che in loro intraveda da subito del buono). Questa dinamica mi rende molto paziente e disposta ad accettare pressoché tutto. Ma quando mi rendo conto che qualcuno mi dà per scontata e crede che possa tollerare qualsiasi cosa, allora mi allontano e non parlo più. Di tutte le minacce, questa è in assoluto la più grave. Le persone che amo sono abituate alle mie urla, ai discorsi ben strutturati (pur nell'ira più furibonda) e a ricevere una spiegazione od un'analisi esatta VERBALE di quel che mi sta accadendo.
Opero in questo modo con la disperazione di chi deve salvare un rapporto a cui tiene infinitamente. M'illudo che lanciare tali campanelli d'allarme serva a qualcosa e lo faccio per non essere accusata di non aver dato delle spiegazioni prima della mia fuga. E' il puntiglio, ancora una volta, che mi spinge a tutto questo e richiede parecchie energie.
Ma quando i campanelli diventano troppi, perdono di credibilità. La persona a cui li consegno pensa "Va beh, non è la prima volta. Abbaia abbaia e poi si calma e torna come prima".
Invece no. Anche io mi "crepo". Anche io mi stanco di urlare al vento, pur con le corde da cantante che mi ritrovo. Anch'io capisco che per l'interlocutore i miei segnali suonano solo come una cantilena vuota di contenuti.
Allora cado nel silenzio e me ne lavo le mani. Riuscire a non reagire di fronte ai tentativi di chi mi ha offeso di "recuperarmi" mi fa sentire molto bene nella mia pelle. Mi fa sperare che non sia tanto debole da accettare qualsiasi condizione pur di non rimanere sola.
Stare in silenzio, senza il richiamo degli altri, ci ricorda che abbiamo un qualcosa di unico da preservare: il nostro cuore. Pensiamo di doverlo consegnare necessariamente a qualcuno per dargli una direzione ed un senso ma lui esiste a prescindere. Il silenzio ci aiuta ad udirne il battito che, in genere, avvertiamo solo quando siamo stretti nell'abbraccio di chi amiamo.
Che cosa mi sta dicendo il cuore, ora? Ieri ha battuto troppo forte e rapidamente, tanto che l'ho sentito all'altezza delle tempie e della gola. Dopo aver lanciato l'ennesimo campanello d'allarme, la spinta adrenalinica si è esaurita, lasciando spazio ad una stanchezza fisica enorme. La testa ha cominciato a girare forte e avrei solo voluto addormentarmi per recuperare le forze ma questo gesto avrebbe intenerito Alessandro. Non sarebbe stato coerente con le mie emozioni.
Così sono rimasta seduta ed in silenzio, cercando di recuperare le forze, perché non bisogna mai mettersi alla guida di un'auto quando non si sta completamente bene.
Appena riavutami, sono uscita da lì senza salutarlo, evitando con cura di tornare a casa per non subire l'interrogatorio sul perché la mia faccia fosse tanto sbattuta. Per due ore rognose, finalmente, sono rimasta da sola e non ho reagito al suo richiamo. Cosa avrei potuto rispondere? A che pro.
Ormai me n'ero andata.
Tornando a Bisotti voglio dire che non credo di avere più molte forze per salvare quello che è esterno a me. E dato che so che nessuno di esterno potrà salvarmi, occorre che lo faccia io. Piano e silenziosamente.
Sto riflettendo da qualche giorno su questa frase. Solitamente detesto gli aforismi che si trovano in rete da autori pressoché sconosciuti ma è anche parecchio triste che si valuti l'apporto di una persona solo sulla base del tempo che passa, quasi che questo potesse automaticamente dar rilievo a qualcuno che quel rilievo lo possedeva già.
Sì, magari il Sig. Bisotti è giovane e si è tatuato la sua frase più famosa sul petto come il peggiore dei tamarri ma ritengo che la frase di cui sopra possa essere di grande aiuto per chi, come me, vive ancorato ad un mondo di idee ed impiega anni a demolirle, perché crede che siano giuste o perché vuole trovare a tutti i costi il buono anche dove, apparentemente, non c'è. Insomma, si sa che sono ostinata come ogni Toro che si rispetti e che le novità non le prendo affatto bene.
Sono anche una che accusa fisicamente il dolore interiore e ho acquistato un libro di Metamedicina apposta per risalire alle cause che hanno portato allo sviluppo di un determinato disagio. Penso che prenderne coscienza sia un buon esercizio ed una potenziale cura. In questo modo so che il mio atteggiamento di fronte a certe situazioni comporterà una conseguenza fisica (per quanto sottile e quasi del tutto innocua) e che potrò mutarlo per eludere il sintomo. E' un libro che insegna a guardare oltre e a diventare un po' dottori di sé stessi, auscultandosi attentamente. Senza l'apporto di Dalila, probabilmente, non mi ci sarei mai avvicinata e la ringrazio. La ringrazio per tutto quel che mi ha lasciato, per gli spunti positivi, per il suo amore oserei dire "colto", per come ha tentato di "risolvermi". Siamo andate troppo al di là ed ora è il tempo della lontananza e della divisione. Probabilmente questo tempo non si concluderà mai e lo capisco. Noi occidentali non siamo come i giapponesi con il loro Kintsugi e non siamo nemmeno come Leonard Cohen che dalle crepe faceva penetrare la luce... Noi vediamo le crepe e le troviamo antiestetiche. Crediamo che se una cosa si sia crepata è perché non meritava di vivere o perché le crepe (anche se rimarginate, riempite o lasciate così come sono) non restituiscono mai la medesima forza originaria. Gli oggetti crepati sono più fragili e suscettibili di distruggersi per sempre, una volta caduti di nuovo.
La procedura del Kintsugi restituisce forza e solidità all'opera ma quanto costa? Costa tanto perché si parla di oro. Noi occidentali, per mettere dell'oro nelle nostre crepe e renderle più attraenti, impieghiamo degli anni ed è difficile esigere che qualcuno abbia la pazienza di attendere il completamento dell'opera. Si abbandona, pertanto, la persona "crepata" perché è più semplice e perché si perde la fiducia nelle sue capacità. Si pensa che questa non arriverà mai all'Oro.
Da qualche parte, nella mia anima, io ho qualcosa di giapponese perché le persone le attendo (sempre che in loro intraveda da subito del buono). Questa dinamica mi rende molto paziente e disposta ad accettare pressoché tutto. Ma quando mi rendo conto che qualcuno mi dà per scontata e crede che possa tollerare qualsiasi cosa, allora mi allontano e non parlo più. Di tutte le minacce, questa è in assoluto la più grave. Le persone che amo sono abituate alle mie urla, ai discorsi ben strutturati (pur nell'ira più furibonda) e a ricevere una spiegazione od un'analisi esatta VERBALE di quel che mi sta accadendo.
Opero in questo modo con la disperazione di chi deve salvare un rapporto a cui tiene infinitamente. M'illudo che lanciare tali campanelli d'allarme serva a qualcosa e lo faccio per non essere accusata di non aver dato delle spiegazioni prima della mia fuga. E' il puntiglio, ancora una volta, che mi spinge a tutto questo e richiede parecchie energie.
Ma quando i campanelli diventano troppi, perdono di credibilità. La persona a cui li consegno pensa "Va beh, non è la prima volta. Abbaia abbaia e poi si calma e torna come prima".
Invece no. Anche io mi "crepo". Anche io mi stanco di urlare al vento, pur con le corde da cantante che mi ritrovo. Anch'io capisco che per l'interlocutore i miei segnali suonano solo come una cantilena vuota di contenuti.
Allora cado nel silenzio e me ne lavo le mani. Riuscire a non reagire di fronte ai tentativi di chi mi ha offeso di "recuperarmi" mi fa sentire molto bene nella mia pelle. Mi fa sperare che non sia tanto debole da accettare qualsiasi condizione pur di non rimanere sola.
Stare in silenzio, senza il richiamo degli altri, ci ricorda che abbiamo un qualcosa di unico da preservare: il nostro cuore. Pensiamo di doverlo consegnare necessariamente a qualcuno per dargli una direzione ed un senso ma lui esiste a prescindere. Il silenzio ci aiuta ad udirne il battito che, in genere, avvertiamo solo quando siamo stretti nell'abbraccio di chi amiamo.
Che cosa mi sta dicendo il cuore, ora? Ieri ha battuto troppo forte e rapidamente, tanto che l'ho sentito all'altezza delle tempie e della gola. Dopo aver lanciato l'ennesimo campanello d'allarme, la spinta adrenalinica si è esaurita, lasciando spazio ad una stanchezza fisica enorme. La testa ha cominciato a girare forte e avrei solo voluto addormentarmi per recuperare le forze ma questo gesto avrebbe intenerito Alessandro. Non sarebbe stato coerente con le mie emozioni.
Così sono rimasta seduta ed in silenzio, cercando di recuperare le forze, perché non bisogna mai mettersi alla guida di un'auto quando non si sta completamente bene.
Appena riavutami, sono uscita da lì senza salutarlo, evitando con cura di tornare a casa per non subire l'interrogatorio sul perché la mia faccia fosse tanto sbattuta. Per due ore rognose, finalmente, sono rimasta da sola e non ho reagito al suo richiamo. Cosa avrei potuto rispondere? A che pro.
Ormai me n'ero andata.
Tornando a Bisotti voglio dire che non credo di avere più molte forze per salvare quello che è esterno a me. E dato che so che nessuno di esterno potrà salvarmi, occorre che lo faccia io. Piano e silenziosamente.
30 agosto 2016
Uffa
Trent'anni e non capire le persone. Ancora.
Trent'anni e non sentirsi capiti dalle persone.
Manco ne avessi dodici, di anni. Manco mi affacciassi all'adolescenza con tutti i dubbi che questa si porta appresso. Non è sbagliato averne ma personalmente ne ho anche troppi.
Ho deciso d'intraprendere un percorso di psicoterapia perché sto male. Le persone care si sono stufate di sapere che sto così ed io mi sono stufata di perderle per via di questo "banale" dettaglio.
Ho deciso che finché non inizierò questo percorso, resterò chiusa. Non chiederò niente a nessuno e prenderò solo quel che mi viene regalato spontaneamente. Perché, di sentirmi in colpa per avere delle aspettative sugli altri, non ne ho più voglia.
"Come sei carina, hai sempre un pensiero ed una premura per me". Già, peccato che tutto questo imbarazzi praticamente ogni persona. E quindi ho deciso di trattenermi un po': non voglio ispirare né riconoscenza, né gratitudine. Sapete qual è l'altra faccia della generosità? La diffidenza. Faccio le cose per gli altri perché diffido di loro e immagino che non sappiano agire da soli senza il mio aiuto (grande presunzione, fra l'altro). Non dico che gli altri se ne avvedano ma io sì. Quando scavo nel profondo mi accorgo che quella pappetta che così amorosamente preparo non è altro che il riflesso di una paura.
Per lo più accumulo dispiaceri a causa delle conclusioni che incessantemente traggo. "Non ha fatto questa cosa e allora vuol dire che..."
No. Non vuol dire niente di quello che sta nella mia testa. Per me la vita è un castello di sabbia che viene continuamente distrutto dalla violenza delle onde. Infrangere il mio castello di convinzioni errate è un lavoro incessante. Da me stessa prendo tutto, ogni giorno: la sabbia e la potenza dell'onda e alla fine di ogni giorno mi sento svuotata. Credo, infatti, che le cose debbano andare in un determinato modo, quello che stabilisco io. Sono fermamente convinta di avere ragione e che essere padroni della propria vita equivalga a questo: ad avere una posizione su tutto ed una risposta sempre pronta. Forse perché da bambina ho taciuto troppo e la risposta giusta è rimasta bloccata ad un passo dalle labbra, un istante prima di uscire per difendermi.
La mia mente reinterpreta perché è deduttiva ma la deduzione è pericolosa e rischia sempre più di trasformarsi in un vicolo cieco ed io resto al centro ad urlare la mia rabbia. La urlo al vento. Ogni tanto straborda e terrorizza. Così resto sola come Otello, a farmi a pezzi con le mie stesse mani.
Voglio stare sola a curarmi, non sentirmi più dire che non vado bene, che sono troppo così o troppo cosà.
Ora bisogna che mi concentri sull'arte e sui professionisti che possono aiutarmi (anche se a pagamento).
Trent'anni e non sentirsi capiti dalle persone.
Manco ne avessi dodici, di anni. Manco mi affacciassi all'adolescenza con tutti i dubbi che questa si porta appresso. Non è sbagliato averne ma personalmente ne ho anche troppi.
Ho deciso d'intraprendere un percorso di psicoterapia perché sto male. Le persone care si sono stufate di sapere che sto così ed io mi sono stufata di perderle per via di questo "banale" dettaglio.
Ho deciso che finché non inizierò questo percorso, resterò chiusa. Non chiederò niente a nessuno e prenderò solo quel che mi viene regalato spontaneamente. Perché, di sentirmi in colpa per avere delle aspettative sugli altri, non ne ho più voglia.
"Come sei carina, hai sempre un pensiero ed una premura per me". Già, peccato che tutto questo imbarazzi praticamente ogni persona. E quindi ho deciso di trattenermi un po': non voglio ispirare né riconoscenza, né gratitudine. Sapete qual è l'altra faccia della generosità? La diffidenza. Faccio le cose per gli altri perché diffido di loro e immagino che non sappiano agire da soli senza il mio aiuto (grande presunzione, fra l'altro). Non dico che gli altri se ne avvedano ma io sì. Quando scavo nel profondo mi accorgo che quella pappetta che così amorosamente preparo non è altro che il riflesso di una paura.
Per lo più accumulo dispiaceri a causa delle conclusioni che incessantemente traggo. "Non ha fatto questa cosa e allora vuol dire che..."
No. Non vuol dire niente di quello che sta nella mia testa. Per me la vita è un castello di sabbia che viene continuamente distrutto dalla violenza delle onde. Infrangere il mio castello di convinzioni errate è un lavoro incessante. Da me stessa prendo tutto, ogni giorno: la sabbia e la potenza dell'onda e alla fine di ogni giorno mi sento svuotata. Credo, infatti, che le cose debbano andare in un determinato modo, quello che stabilisco io. Sono fermamente convinta di avere ragione e che essere padroni della propria vita equivalga a questo: ad avere una posizione su tutto ed una risposta sempre pronta. Forse perché da bambina ho taciuto troppo e la risposta giusta è rimasta bloccata ad un passo dalle labbra, un istante prima di uscire per difendermi.
La mia mente reinterpreta perché è deduttiva ma la deduzione è pericolosa e rischia sempre più di trasformarsi in un vicolo cieco ed io resto al centro ad urlare la mia rabbia. La urlo al vento. Ogni tanto straborda e terrorizza. Così resto sola come Otello, a farmi a pezzi con le mie stesse mani.
Voglio stare sola a curarmi, non sentirmi più dire che non vado bene, che sono troppo così o troppo cosà.
Ora bisogna che mi concentri sull'arte e sui professionisti che possono aiutarmi (anche se a pagamento).
9 agosto 2016
Circle
Ma com'è strana, poi, la vita. La vita di una persona strana, poi.. Per un principio di coerenza deve esserlo per forza. E allora di che mi stupisco? Anche a diciassette anni lo sapevo. Sapevo del circolo ("La mia vita è un circolo, un cerchio. Tutto e tutti ritornano" - amavo ripetere a me stessa). Sapevo che avrei sofferto moltissimo per amore per via della mia ingombranza (il correttore mi tratteggia la parola di rosso. Sono andata a controllare per scrupolo e qualcun altro, a parte me, la usa. Non la Treccani, però. Va beh, si sa che sono una neologista - e pure questa me la segna di rosso).
Va beh.
Sapevo molte più cose di quante non ne sappia ora ma non me ne dispiaccio poiché sapere, spesso, elude la vita. Forse ora vivo di più e ho meno disperazione dentro ma l'ho postulato talmente tante volte nei miei scritti che ormai non mi credo più molto. Tante e tante volte ho declamato una serenità che non possedeva basi solide. Anche ora, se mi soffermo a pensare, mi accorgo che ciò che sento e che mi pare di aver conquistato deriva più dall'ausiliare "avere", che è quello sbagliato. L'ausiliare dell'illusione, quello che ama travestirsi dall'altro e ci fa credere di non avere bisogni né dipendenze. Sono più portata a chiedermi "Che cos'hai?" quando sto male che "Che cosa sei?"
E allora, forse, si tratta di un vizio di forma, di un bisogno d'accumulo fine a sé stesso questo fatto di "avere per forza qualcosa".
Forse dovrei rispondere che ho moltissime cose, belle e brutte. Quelle brutte sono quelle che mi hanno abbandonato? Oppure, per caso, sono quelle che permangono "belle" ma se ne sono semplicemente andate? Alle volte le dipingiamo quali "brutte" od "inadeguate" solo per tollerarne la dipartita e sentirci meno in colpa.
Altre volte, invece, restiamo imperturbabili, come se una persona non avesse mai fatto parte del nostro vissuto. Perché? Cosa succede in questi casi? Forse stiamo solo aspettando che ritorni e questa eventualità può nutrire più della mancanza. Non avvertiamo la perdita perché di perdita non si tratta. E' solo una piccola e trascurabile distanza fisica e di parola ma non, necessariamente, di anima.
Io, almeno, la vivo così.
Può darsi che qualcuno sia molto irritato da me proprio per questo atteggiamento ma ormai non posso porvi rimedio. E' la cura ai miei mali taciuti e non mi serve sapere se sia giusta o sbagliata.
Quindi io aspetto, aspetto ed aspetto. Perché la vita è un circolo.
Va beh.
Sapevo molte più cose di quante non ne sappia ora ma non me ne dispiaccio poiché sapere, spesso, elude la vita. Forse ora vivo di più e ho meno disperazione dentro ma l'ho postulato talmente tante volte nei miei scritti che ormai non mi credo più molto. Tante e tante volte ho declamato una serenità che non possedeva basi solide. Anche ora, se mi soffermo a pensare, mi accorgo che ciò che sento e che mi pare di aver conquistato deriva più dall'ausiliare "avere", che è quello sbagliato. L'ausiliare dell'illusione, quello che ama travestirsi dall'altro e ci fa credere di non avere bisogni né dipendenze. Sono più portata a chiedermi "Che cos'hai?" quando sto male che "Che cosa sei?"
E allora, forse, si tratta di un vizio di forma, di un bisogno d'accumulo fine a sé stesso questo fatto di "avere per forza qualcosa".
Forse dovrei rispondere che ho moltissime cose, belle e brutte. Quelle brutte sono quelle che mi hanno abbandonato? Oppure, per caso, sono quelle che permangono "belle" ma se ne sono semplicemente andate? Alle volte le dipingiamo quali "brutte" od "inadeguate" solo per tollerarne la dipartita e sentirci meno in colpa.
Altre volte, invece, restiamo imperturbabili, come se una persona non avesse mai fatto parte del nostro vissuto. Perché? Cosa succede in questi casi? Forse stiamo solo aspettando che ritorni e questa eventualità può nutrire più della mancanza. Non avvertiamo la perdita perché di perdita non si tratta. E' solo una piccola e trascurabile distanza fisica e di parola ma non, necessariamente, di anima.
Io, almeno, la vivo così.
Può darsi che qualcuno sia molto irritato da me proprio per questo atteggiamento ma ormai non posso porvi rimedio. E' la cura ai miei mali taciuti e non mi serve sapere se sia giusta o sbagliata.
Quindi io aspetto, aspetto ed aspetto. Perché la vita è un circolo.
3 ottobre 2015
dis-appoint me.
C'è una parte di me che sa di meritarsi l'epurazione. Una parte di me che, decisamente, vorrebbe cantargliele. Questa mia parte non si è sfogata abbastanza e continuo a zittirla, ma a volte ho il terrore che si possa trasformare in qualcosa di brutto e di nocivo. Mi coglie una strana ipocondria e quando ipotizzo che potrei ammalarmi lo trovo prevedibile e non provo chissà quale stupore mentre vivo quel film che si monta nella mia testa. Per non dar vita a tutto questo, m'impongo di buttare fuori. Ma se lo butto fuori, finisce che infetto qualcun altro e non è giusto, Quale misura adoprare, dunque?
Kick boxing, I guess.
Comunque so che è stupido essere buoni. So che ho una delusione dentro senza fine. So che sono incazzata nera. So che odio quel ragazzo perché non ha voluto trovare una soluzione e quando l'ho lasciato ha accettato la cosa senza fare una piega (o, almeno, senza farla davanti a me).
Mi sento tanto come Nora. La mia Nora che ho portato all'audizione. Una delusione sconfinata dentro il cuore. Lei che ha scalato le montagne per uno che per lei non avrebbe mai fatto altrettanto. E io non credevo (non VOLEVO credere) che quel ragazzo che mi vomitava addosso tutto il suo amore senza fine potesse essere un Helmer Torvald ossessionato dal proprio orgoglio.
Gli ho detto: "Non ho avuto alternative. Spero tu lo abbia capito"
"Sì. Sì, lo capisco" - risponde lui.
Ma sì, non andare oltre. Restatene ben attaccato ai tuoi confini tracciati così rassicuranti. Non scavare per capire cosa c'è dietro quella frase.
Come Nora... "Non hai fatto la cosa meravigliosa".
Non l'hai fatta.
Kick boxing, I guess.
Comunque so che è stupido essere buoni. So che ho una delusione dentro senza fine. So che sono incazzata nera. So che odio quel ragazzo perché non ha voluto trovare una soluzione e quando l'ho lasciato ha accettato la cosa senza fare una piega (o, almeno, senza farla davanti a me).
Mi sento tanto come Nora. La mia Nora che ho portato all'audizione. Una delusione sconfinata dentro il cuore. Lei che ha scalato le montagne per uno che per lei non avrebbe mai fatto altrettanto. E io non credevo (non VOLEVO credere) che quel ragazzo che mi vomitava addosso tutto il suo amore senza fine potesse essere un Helmer Torvald ossessionato dal proprio orgoglio.
Gli ho detto: "Non ho avuto alternative. Spero tu lo abbia capito"
"Sì. Sì, lo capisco" - risponde lui.
Ma sì, non andare oltre. Restatene ben attaccato ai tuoi confini tracciati così rassicuranti. Non scavare per capire cosa c'è dietro quella frase.
Come Nora... "Non hai fatto la cosa meravigliosa".
Non l'hai fatta.
27 agosto 2015
Toglieva voglia di vivere
distruggeva la volontà, gli obiettivi
vanificava le cose fin lì pianificate
Andare a correre diventava complicatissimo
Qualsiasi azione vitale
Tutto toglieva
Restava il lavoro, l'obbligo sociale.
Nothing more than this
Gli davo ogni soddisfazione
Gli lasciavo ogni potere d'annientamento
Pur a 300 km di distanza. Sì, pur a questa distanza
In attesa.
distruggeva la volontà, gli obiettivi
vanificava le cose fin lì pianificate
Andare a correre diventava complicatissimo
Qualsiasi azione vitale
Tutto toglieva
Restava il lavoro, l'obbligo sociale.
Nothing more than this
Gli davo ogni soddisfazione
Gli lasciavo ogni potere d'annientamento
Pur a 300 km di distanza. Sì, pur a questa distanza
In attesa.
19 luglio 2015
LISTA DELLE COSE CHE ODIO DI TE
Caro papà,
pare che non ti vada bene come figlia e che il mio modo di fare le pulizie in casa non ti aggradi per nulla. Come vedi, si tratta proprio di motivazioni profonde.
Ogni volta che ti guardo, vedo me stessa. Se monto in bestia per un nonnulla evidentemente un motivo ci sarà. Mi hai regalato quello strano movimento culturale chiamato "covismo", l'arte di covare dentro delle montagne e di esplodere poi per un'inezia col primo malcapitato. Ma, se non altro, io questo difetto l'ho capito e provo a curarlo, ma tu no. Tu hai 59 anni suonati e stai messo ancora così. Hai problemi con tua moglie ma, piuttosto che risolverli con lei, metti in mezzo me perché sono quella che le somiglia di più. Non potendoti scagliare contro di lei perché la temi, decidi arbitrariamente di rivalerti sulla sua copia in miniatura. E il peggio sai qual è? Che non chiedi nemmeno scusa perché "tu sei il padre e sei anche una persona adulta". Quindi, mi pare di capire, che io debba sempre fare la parte di quella che abbassa la testa perché, per un motivo o per un altro, ho sempre torto.
Mentre mi riempi di merda, non perdi tuttavia occasione per mostrarti per ciò che non sei, vale a dire un uomo dalla mente aperta. Rassegnati, non sei proprio conformato per esserlo. Non si è aperti "a parole". Lo si è quando si vuole trovare la forza di ascoltare l'altro e di farlo anche quando quest'ultimo non spiccica nemmeno mezza parola. Tu vuoi che io faccia le cose come mia madre, vuoi che io mi sfoghi a tuo modo, che la mia via comunicativa sia "conforme alla regola" ma, mi dispiace, sono Valentina e ho tutto un mio modo di essere, sono un meccanismo raffinatissimo, come quello di un orologio. Non ho organi dentro di me ma ingranaggi di rotelle dentate e quando qualcosa va storto, semplicemente mi fermo. Non vado avanti anche se continuo a ticchettare. Mi getti merda addosso e pretendi che io ti dica quel che non mi sta bene di te perché "ah, io accetto le critiche e sono dell'idea che si debba trovare un punto in comune fra le nostre distanze".
Complimenti, sono delle parole bellissime! Ti ci sei mai soffermato per più di un secondo o nella tua vita precedente sei stato un pappagallino ammaestrato? Hai una vaga idea di quante cose orrende sto scrivendo di te? Mi sono chiusa in bagno per lavarmi e invece sono seduta sul cesso col portatile sulle cosce e la gamba sinistra mi si è addormentata fino al ginocchio.
Ora mi alzerò, mi laverò ed uscirò da questa casa che non ha nemmeno una scrivania su cui io possa studiare in santa pace.
27 maggio 2015
Larmes
Non avrei mai potuto reggere il confronto. I loro amori puliti e costanti contro la mia malattia dell'anima. Io ho capito che la mia vita sentimentale sarebbe stata un tormento da quando, a quindici anni, incontrai una sessuologa a scuola e le dissi che aspettavo la mia prima volta con una trepidazione romantica e sensibile che mi allontanava anni luce dalle mie licenziose compagne, già espertissime. Così lei mi disse: "Complimenti: stai agendo nel migliore dei modi. Ti stai rispettando e sei sensibile".
Già, la fregatura della sensibilità, l'ossessione di confezionare momenti di meraviglia assoluta. Guardavo al sesso e all'amore con curiosità ma sapevo preservarmi. Ero una persona ottimista. Credevo che il meglio sarebbe arrivato in futuro, a cavallo di un'età più consapevole. Credevo che quello non fosse, semplicemente, il mio tempo. Non sapevo che, negli anni, non avrei mai sentito questo senso di aderenza alla vita, questa cosa strana che si chiama "consapevolezza".
Mi sono avvicinata al sesso e all'amore con la cautela di un apicoltore. Ancora, una parte di me è convinta che il meglio debba solo arrivare. Ancora, una parte di me è rimasta incagliata ai quindici anni e alle loro promesse. Ne sono passati quattordici ed io faccio fatica a non mettere a confronto la mia vita con quella delle perdute amiche. Ancora non riesco a non udire le loro accuse, i loro giudizi. E sapete perché? Perché quelle voci sono prima di tutto mie. Non riesco a perdonarmi per essere ancora spettatrice e non protagonista dei miei giorni, bloccata non so nemmeno io da cosa.
"Vivi ancora coi tuoi!" "Non hai una relazione stabile ed appagante", "Non hai un lavoro che ti piace" "Hai iniziato mille cose senza concluderne nemmeno una!" "Sei una debole che elemosina amore perché non è capace di stare da sola" "Hai una dipendenza inquietante verso il computer e, intanto, la vita passa" "Loro si sono sposate e tu no" "Sei una fallita".
Eccole qua, le mie colpe. Eccole che sgorgano giù dagli occhi insieme alle lacrime non appena incontro la nuova immagine FB di Stefania. A Settembre dell'anno scorso, lo stesso dolore a Lisbona, per Irene. Ecco che tutti i miei sbagli tornano a galla, ogni minuscola fragilità. Eppure il mondo è fuori e a me non riesce di guardarlo. Sono la mia peggiore carnefice e non capisco neanche quale dazio voglia far pagare a me stessa. Quale colpa è tanto immensa da meritarsi un ergastolo? Ma che cosa ho fatto? Perché non mi libero?
La mia non è invidia. E' dolore della perdita. Soffro di tutto quel che mi appare irrecuperabile, di questi giorni in cui non sono stata vicina alle mie amiche. Semplicemente, ormai, me le sono perse. Soffrono anche loro dello stesso tipo di nostalgia?
Non so più niente. La sola verità che fuoriesce dal mio corpo sono le lacrime.
Già, la fregatura della sensibilità, l'ossessione di confezionare momenti di meraviglia assoluta. Guardavo al sesso e all'amore con curiosità ma sapevo preservarmi. Ero una persona ottimista. Credevo che il meglio sarebbe arrivato in futuro, a cavallo di un'età più consapevole. Credevo che quello non fosse, semplicemente, il mio tempo. Non sapevo che, negli anni, non avrei mai sentito questo senso di aderenza alla vita, questa cosa strana che si chiama "consapevolezza".
Mi sono avvicinata al sesso e all'amore con la cautela di un apicoltore. Ancora, una parte di me è convinta che il meglio debba solo arrivare. Ancora, una parte di me è rimasta incagliata ai quindici anni e alle loro promesse. Ne sono passati quattordici ed io faccio fatica a non mettere a confronto la mia vita con quella delle perdute amiche. Ancora non riesco a non udire le loro accuse, i loro giudizi. E sapete perché? Perché quelle voci sono prima di tutto mie. Non riesco a perdonarmi per essere ancora spettatrice e non protagonista dei miei giorni, bloccata non so nemmeno io da cosa.
"Vivi ancora coi tuoi!" "Non hai una relazione stabile ed appagante", "Non hai un lavoro che ti piace" "Hai iniziato mille cose senza concluderne nemmeno una!" "Sei una debole che elemosina amore perché non è capace di stare da sola" "Hai una dipendenza inquietante verso il computer e, intanto, la vita passa" "Loro si sono sposate e tu no" "Sei una fallita".
Eccole qua, le mie colpe. Eccole che sgorgano giù dagli occhi insieme alle lacrime non appena incontro la nuova immagine FB di Stefania. A Settembre dell'anno scorso, lo stesso dolore a Lisbona, per Irene. Ecco che tutti i miei sbagli tornano a galla, ogni minuscola fragilità. Eppure il mondo è fuori e a me non riesce di guardarlo. Sono la mia peggiore carnefice e non capisco neanche quale dazio voglia far pagare a me stessa. Quale colpa è tanto immensa da meritarsi un ergastolo? Ma che cosa ho fatto? Perché non mi libero?
La mia non è invidia. E' dolore della perdita. Soffro di tutto quel che mi appare irrecuperabile, di questi giorni in cui non sono stata vicina alle mie amiche. Semplicemente, ormai, me le sono perse. Soffrono anche loro dello stesso tipo di nostalgia?
Non so più niente. La sola verità che fuoriesce dal mio corpo sono le lacrime.
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